“Non ci mancherà”: La crudezza del linguaggio politico e la disumanizzazione nel dibattito pubblico

Paola Di Lazzaro, co-autrice del saggio politico “Com’è successo. Una repubblica in crisi parola per parola”, riflette su come la politica italiana abbia superato la soglia dell’indicibile.

“Con tutto il rispetto, ma non ci mancherà.” Con queste parole, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha liquidato la morte di Moussa Diarra, un giovane di 27 anni originario del Mali ucciso dalla polizia a Verona lo scorso 19 ottobre. Diarra, che viveva in strada ed era noto per piccoli precedenti, avrebbe aggredito gli agenti con un coltello prima di essere colpito a morte.

La vicenda, avvenuta nei pressi della stazione di Porta Nuova, ha suscitato reazioni contrastanti, ma per capire come il linguaggio politico sia arrivato a legittimare espressioni di tale brutalità e come episodi come questo si inseriscano nel più ampio quadro del deterioramento del discorso pubblico, abbiamo intervistato Paola Di Lazzaro, esperta di comunicazione pubblica e co-autrice, insieme a Giordana Pallone, del libro “Com’è successo. Una repubblica in crisi parola per parola”, edito da Fandango.

Paola, partiamo dalla dichiarazione di Salvini su Moussa Diarra. “Non ci mancherà”, affiancata da quel “con tutto il rispetto”, è una dichiarazione che ha suscitato molto clamore. Come si inserisce questa affermazione nel quadro del deterioramento del linguaggio politico che avete descritto nel vostro libro?

Paola Di Lazzaro: Questo tipo di dichiarazione segna un punto di non ritorno nel linguaggio politico italiano. Più che di semplice deterioramento, possiamo parlare di un superamento della soglia dell’indicibilità. Nel nostro libro abbiamo osservato come, negli ultimi decenni, il linguaggio politico abbia progressivamente abbandonato la complessità e la riflessione a favore di slogan e parole d’effetto; questo tipo di comunicazione è diventato uno strumento per consolidare consenso. Ma qui siamo andati ancora oltre. È evidente che la soglia del tollerabile si sta spostando sempre più in là, e questo è pericoloso, perché quando le parole perdono il basilare rispetto per il valore dell’essere umano, vuol dire che siamo già immersi in una cultura in cui la violenza verbale, e non solo, diventa normalità.

Che impatto ha questo tipo di linguaggio sulla percezione dei cittadini? Si tratta solo di una questione di semplificazione o c’è qualcosa di più?

Paola Di Lazzaro: C’è molto di più. Non si tratta solo di semplificazione o toni aggressivi, ma di una vera e propria normalizzazione dell’abisso. Le persone ormai sembrano abituate a queste espressioni, tanto che non suscitano più indignazione. Dichiarazioni come “non ci mancherà” ma creano una cultura politica in cui la morte di una persona può essere liquidata con indifferenza, senza nemmeno fermarsi a riflettere sul valore della vita umana. Quando questo diventa la norma, siamo pericolosamente vicini a perdere il nostro senso di umanità.

In questi giorni si parla molto dell’hub per i migranti in Albania, promosso dal governo. Quanto questo tema e il modo in cui viene trattato riflette la neolingua di cui parlate nel vostro libro?

Paola Di Lazzaro: L’hub in Albania è un esempio perfetto si possa semplificare e distorcere questioni complesse per renderle più gestibili. Già solo la parola “hub” dovrebbe far riflettere. Non era questo il governo che voleva abolire l’inglese? Perché allora “hub”? In questo caso, la questione dei flussi migratori viene ridotta a un problema logistico, come se costruire un centro all’estero potesse risolvere tutto. I migranti vengono trattati come numeri, entità da spostare e gestire, senza considerare che dietro quei numeri ci sono persone con storie, diritti e vite reali. È lo stesso linguaggio che ha portato alla creazione di espressioni come “taxi del mare”, che riducono una tragedia umana a un’operazione meccanica e fredda. E, ironia della sorte, fu Luigi Di Maio leader del Movimento 5 Stelle, oggi rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo, a coniare questo termine.

Quanto peso hanno avuto i media in questa evoluzione del linguaggio politico?

Paola Di Lazzaro: I media hanno giocato un ruolo cruciale, soprattutto nel diffondere e amplificare il linguaggio della semplificazione. Negli anni, i talk show politici si sono trasformati in arene dove leader e opinionisti gareggiano a colpi di slogan e battute. La velocità del formato televisivo e la logica del “qui e ora” hanno ridotto lo spazio per dibattiti complessi. Ancora di più i social media hanno avuto un impatto devastante, poiché premiano l’immediatezza e la reazione emotiva. Si è creato un circolo vizioso: i politici utilizzano un linguaggio semplice e diretto per attirare l’attenzione, i media lo amplificano, e così il ciclo si ripete, portando a una crescente semplificazione.

Visti gli effetti che i social network hanno avuto sulla comunicazione politica, pensi che ci sia un modo per utilizzarli in modo più costruttivo?

Paola Di Lazzaro: Sinceramente, considerando come sono stati utilizzati finora, direi di no. Sia a destra che a sinistra persiste l’idea che la disintermediazione possa essere un valore, ma si tratta di un inganno. Quando assistiamo a dirette Instagram, videorubriche da Palazzo Chigi o botta e risposta con i cittadini, dobbiamo chiederci: chi filtra la verità? Chi pone le domande? Oggi, i social media svolgono il lavoro che dovrebbe fare la stampa, ma chi controlla? Chi valida e seleziona i messaggi? Inoltre, c’è il problema dello stile comunicativo: i leader cercano di apparire “vicini” agli elettori, creando un rispecchiamento che li invita a seguirli perché sembrano condividere vizi e difetti. In questo, Berlusconi è sempre stato il numero uno, ma oggi molti lo emulano. Mi chiedo quanto durerà questa situazione: i tempi di attenzione sui social sono sempre più brevi, soprattutto tra le giovani generazioni; quindi i politici devono essere sempre più abili a intrattenere, o rischiano di scomparire. Tutto ciò alimenta una dinamica in cui la complessità e il pensiero critico sono sempre più assenti.

Uno dei temi centrali del vostro libro è la crisi della rappresentanza. Secondo te, è possibile recuperare un rapporto sano tra elettori e politica?

Paola Di Lazzaro: Sì, ma serve un profondo cambiamento culturale. Dobbiamo recuperare l’idea che la politica è complessa e che le decisioni non possono essere prese con un semplice “click”. Questo significa rimettere al centro la mediazione, il confronto e ripensare il ruolo dei partiti come strumenti di partecipazione attiva, non come semplici macchine elettorali al servizio di un leader.

Nel libro criticate sia la destra che la sinistra. Quali sono, secondo voi, le responsabilità della sinistra nella crisi attuale?

Paola Di Lazzaro: La sinistra ha spesso inseguito la retorica della governabilità a tutti i costi negli ultimi vent’anni, rinunciando ai suoi principi fondativi. La “rottamazione” di Renzi ne è un esempio: un progetto che ha sacrificato il dibattito interno in nome della presunta efficienza e del mito della velocità. Inoltre, l’abbandono del tema dei diritti sociali ha allontanato una parte significativa del suo elettorato, contribuendo a rafforzare il distacco con la base.

Il libro si ferma al 2020 con un accenno alla pandemia. Quanto ha inciso la crisi del COVID-19 su questi processi che avete descritto?

Paola Di Lazzaro: La pandemia ha certamente accelerato alcune dinamiche, in particolare la centralizzazione del potere esecutivo e la riduzione del ruolo del parlamento. La gestione dell’emergenza sanitaria ha legittimato l’idea che servano leader forti e decisionisti, capaci di agire rapidamente senza troppi ostacoli. Tuttavia, la democrazia non può essere semplificata, nemmeno in tempi di crisi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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