Riflessi dell’anima, la nuova silloge poetica del magistrato vastese Italo Radoccia

di Stefano Maria Simone

Mercoledì 21 agosto, presso il Giardinetto di via Zara a Francavilla al mare, alle ore 21:30, sarà presentata la nuova silloge poetica del magistrato vastese Italo Radoccia con le letture di Alessio Tessitore.
Come si può leggere sulla retro-copertina, l’autore è attualmente in servizio presso il Tribunale di Vasto e consulente della Commissione Parlamentare Antimafia. È da sempre appassionato di poesia. Ha vinto diversi premi letterari e ha pubblicato due raccolte poetiche: nel 1999, “L’ago della meridiana” e nel 2008, “L’ora dei gabbiani”. È stato docente a contratto di materie giuridiche presso l’Università della Calabria di Cosenza dal 2002 al 2005 e presso l’Università “D’Annunzio” di Chieti dal 2006 al 2010, nonché collaboratore di varie riviste di diritto. Ha pubblicato tre saggi giuridico-filosofici: nel 2004 “Diritto e beni culturali” edizioni ESI di Napoli, nel 2009 “Alle radici della giuridicità” edizioni CEDAM, opera che nel 2017 ha ottenuto il primo premio per la saggistica al Premio internazionale Città di Firenze “Ut pictura poesis” e nel 2020 “Il valore dei fatti” edizioni CEDAM.
Nell’occasione, ho incontrato il Dottor Radoccia e gli ho posto alcune domande.
“Lei, in qualità di poeta-magistrato, ha avuto un illustre predecessore nella nostra letteratura, il bolognese Guido Guinizelli. Come riesce a conciliare il suo lavoro con la poesia?”
“In realtà, molti letterati erano dottori in legge. Riflettendoci meglio, le due discipline non sono così distanti perché l’uomo di legge deve avere necessariamente una solida cultura umanistica. Se ha poi, insita in sé, anche l’ispirazione poetica, ben venga. È un qualcosa in più che io stesso vivo da quando ero solo un adolescente. La poesia è un dono e non qualcosa che si acquisisce. Nasce dalla sensibilità dell’animo, dall’attenzione ai particolari, dalla voglia di scoprire, di sondare il mistero della natura e dell’universo, dalla necessità di comunicare le proprie intuizioni agli altri attraverso una forma non meno tecnica rispetto alle varie arti. Richiede una certa capacità nell’uso delle parole, nell’uso delle figure retoriche, le metafore, le analogie. Costruire un verso significa appunto accostare le parole in modo tale da arrivare dritto all’anima di chi ascolta.”
“C’è un poeta al quale si ispira maggiormente?”
“Diciamo che Gabriele D’Annunzio è il mio autore preferito. Purtroppo devo constatare l’intraducibilità della poesia e la difficoltà di coglierne la bellezza in altre lingue soprattutto perché ne leggiamo una traslazione dall’originale all’italiano. Non sempre la traduzione rende la stessa forza icastica, le stesse formule metriche o gli artifici stilistici come rime o assonanze. A volte si allontana da quello che ha ispirato il poeta e risulta più difficile coglierne l’essenza. Però, dalla letteratura italiana mi faccio anche influenzare da Giacomo Leopardi, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, l’esperienza della Scuola Siciliana, Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale. Noi abbiamo una grande letteratura e dobbiamo esserne fieri.”
“Quali sono i sentimenti che animano la sua poesia?”
“La natura, l’amore, l’amicizia, lo stupore di fronte alla bellezza della vita, la meraviglia. In merito a quest’ultima, il filosofo greco Aristotele diceva che essa nasce dallo stimolo per la conoscenza e per una continua ricerca. Insomma, cerco di cantare tutto ciò che è eterno.”
“Lei come percepisce il ruolo del poeta applicato alla società contemporanea?”
“Lo vedo come un qualcosa di estremamente marginale. In una realtà massificata, iperconnessa, in cui tutto è più o meno vero e più o meno falso, si rischia che il proliferare della comunicazione e dell’informazione faccia cadere nell’irrilevanza ciò che potrebbe essere un’opera poetica. In sostanza, è destinata a perdersi nel mare magnum della rete. Così come chi la crea è condannato a diventare un uomo-massa tra tanti, con la difficoltà di entrare in sintonia con le altre persone che magari potrebbero anche apprezzare. Nella società contemporanea c’è solo dispersione.”
“Secondo lei, è necessaria una rieducazione alla bellezza e quindi al cercare di riapprocciarsi alla letteratura in maniera diversa?”
“Bisognerebbe riscoprirla. Purtroppo nessuno si dedica alla lettura come una volta. Specialmente tra i giovani ho notato una totale disaffezione verso questa semplice azione formativa. Credo che sia dovuto al fatto che ogni singola cosa sia a portata di mano. Ad esempio, i messaggi che tutti noi ci scambiamo tramite i telefoni, sono sempre più brevi e telegrafici. Non c’è tempo per soffermarsi, riflettere e comunicare. Le parole d’ordine dei nostri giorni sono: distanziamento, resilienza, mancanza di alternative. Elementi che provocano inevitabilmente una disaffezione per la cultura. La cultura è svalutata. Nel mercato globale sembra non avere alcuna utilità. Servono le persone singolarizzate, consumatori isolati senza radici, senza valori e senza identità. È un mondo che sta abbrutendo l’uomo. Ci vorrebbe una rivolta, uno scatto d’orgoglio, un nuovo Romanticismo, un nuovo Umanesimo. L’essere umano, oggi, è plasmato dagli eventi, dalla tecnologia, da una società che fatica a comprendere.”
“Se D’Annunzio fosse vissuto nella nostra epoca storica, sarebbe cambiato qualcosa? Come si sarebbe approcciato ad essa disponendo anche dei nuovi mezzi tecnologici tenendo in considerazione che potremmo tranquillamente definirlo come l’antesignano degli influencer?”
“Io lo vedrei come un anticipatore dei moti del ’68, con la marcia di Ronchi e l’impresa di Fiume munito di idee libertarie seppur militariste. Un militarismo funzionale al concetto di una società diversa da quella liberale ottocentesca. È stato un precursore di svariate tematiche che poi sono state riprese nella seconda metà del novecento. D’Annunzio, da genio qual’era, oggi sarebbe non tanto un influencer ma l’intellettuale di riferimento, presente nei talk show e nell’arena politica.”
“Invece, Giacomo Leopardi?”
“Potrebbe rimanere schiacciato dal mondo attuale. Leopardi era Leopardi perché nel suo periodo c’era bisogno di una figura come lui. Invece temo che se nella nostra società ci fosse Leopardi, noi non lo riconosceremmo.”

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