Nella nostra Chieti, esiste una realtà consolidata da ben 6 anni. In piazza Garibaldi, dove prima sorgeva un albergo intitolato all’omonimo eroe dei due mondi, è in piena attività una struttura assistenziale per anziani, “Come a casa”, di Gianluca Carosella e Stefania Zappacosta. Un luogo dove ogni ospite vive in una nuova e grande famiglia. Non appena vi ho messo piede, sono stato immediatamente travolto e conquistato dall’affetto e dall’umanità di questa coppia, alla quale ho posto alcune domande.
“Come nasce l’idea di creare una struttura sanitaria rivolta all’assistenza degli anziani?”
“Diciamo che mia moglie Stefania ha sempre lavorato all’interno di strutture di questo tipo mentre io, solo in ambito ospedaliero. Finché, un giorno, insieme ai nostri due figli Simone e Franco, abbiamo deciso di aprire una struttura comunitaria a conduzione familiare.”
“Quanto è difficile entrare in empatia con decine di personalità diverse ciascuna con il proprio vissuto, i propri usi e le proprie abitudini?”
“Sicuramente non è facile perché ognuno di noi ha un determinato carattere che lo differenzia dagli altri. Soprattutto quando parliamo di ospiti di una certa età. Il loro vissuto è completamente diverso da quello di oggi. Un vissuto che faticano a condividere. La parte più bella del nostro lavoro consiste proprio nel riuscire ad entrare nei loro mondi. È difficile, ma alla fine otteniamo un arricchimento interiore non indifferente. Sono un po’ come dei libri di storia viventi. Tutto sommato è anche un modo per conservare le tradizioni ed evitare che si perdano. Riscoprire il passato per capire meglio il presente. Vedi, il nostro, non è tanto un lavoro quanto un’autentica missione.”
“Quanto è difficile per un anziano venire sradicato dalle proprie radici affettive e domiciliari ritrovandosi improvvisamente in una comunità formata da estranei?”
“Allora, difficilmente l’anziano accetta di venire in una casa famiglia di sua spontanea volontà. È molto raro. Ad esempio, in questi casi, spesso decide di acconsentire ad un nuovo ambiente per paura di restare da solo. Ciononostante c’è sempre quella diffidenza iniziale perché l’anziano percepisce la situazione come un “mettersi da parte” o il volgare “andare all’ospizio”. Un termine fin troppo abusato che a me non è mai piaciuto. La mia è una struttura che ha il principale scopo di far star bene l’ospite, supportarlo in tutto e restituirgli il sorriso grazie anche all’opera dei nostri Oss (operatori sociosanitari).”
“Quanto è difficile scindere la propria professionalità sanitaria dai sentimenti e dalle emozioni che si possono provare verso persone oggettivamente più deboli come gli anziani?”
“Per svolgere questo mestiere è necessario essere dotati di grande sensibilità. Deve partire tutto dal cuore. L’obiettivo è creare una seconda famiglia. Essere per loro un po’ figli e un po’ nipoti. Nel nostro caso ci guida anche una grande fede che condividiamo con gli ospiti. Per l’anziano, la religione è molto importante perché appartiene sempre a quel repertorio di tradizioni e abitudini che citavamo prima. È soprattutto una certezza. Infatti ogni mattina faccio sentire loro la messa in televisione oppure invitando un sacerdote in struttura. Io e mia moglie abbiamo perfino realizzato una cappelletta con varie statue e santini.”
“Un tempo l’anziano era il valore aggiunto della famiglia. Il patriarca o la matriarca godevano del giusto rispetto e considerazione all’interno del tessuto sociale. Oggi il proliferare di strutture assistenziali rivolte agli anziani mostra un profondo cambiamento culturale. Quale secondo voi?”
“L’egoismo. Siamo diventati tutti egoisti. Ed è proprio assistendo a questa dilagante indifferenza collettiva, che noi, per aiutare i nostri ospiti, abbiamo deciso di rinunciare a tutto. Alla casa, agli amici e agli svaghi. Addirittura abitando nella struttura stessa per dare loro amore e assistenza a trecentosessanta gradi, 24 ore su 24.”
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