Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione di una nostra lettrice, residente a Chieti.
Gent.mo Direttore, vorrei condividere con lei e i lettori della vostra testata una serie di riflessioni che in casa ci troviamo a fare quotidianamente.
Siamo una famiglia con due bambini e viviamo nel centro di Chieti, una città che abbiamo da sempre adorato. Una volta sposati, ci siamo stabiliti in un bilocale, molto curato e a due passi dal Corso. Per una giovane coppia era l’ideale, quando si è senza bambini si fa poco caso alla spaziosità dell’ingresso o alla larghezza del vano ascensore (male che va, facciamo le scale!).
Presto la famiglia si è allargata e ora che siamo in quattro stiamo Cercando una sistemazione che possa accogliere noi e il nostro cane.
Ed è in questo momento che iniziamo a fare i conti con la realtà.
Molti palazzi non sono dotati di ascensore, e il carrozzino non è che possiamo portarlo su di peso per le scale: scartati.
Alcuni l’ascensore lo hanno pure, ma decisamente troppo stretto per entrare con il carrozzino e magari le buste della spesa: scartati anche quelli.
Sono questioni strutturali, i palazzi sono stati costruiti in altri tempi, chi pensava all’ascensore… ci arrendiamo all’evidenza che nonostante il fascino dei vicoli e dei palazzi storici dobbiamo cercare soluzioni più moderne.
Trovato! L’appartamento perfetto: dotato di ascensore, tre camere, due bagni, soggiorno, cucina e piccolo terrazzo, così anche il nostro amico peloso ha un suo posticino all’aria aperta. Sgraniamo gli occhi: “Astenersi famiglie”. E non è l’unico annuncio di questo tipo. Ce ne capitano almeno tre. Da brivido!
Delle questioni strutturali è inutile discutere; quello che non va è l’atteggiamento.
Con il solito passeggino, provate da San Giustino a raggiungere il Parcheggio Pierantoni (non passate da Porta Pescara, che lì la rampa non c’è, prendete Largo Santa Maria): non consideriamo i tratti in cui il marciapiede è, per forza di cose, troppo stretto; parliamo delle macchine che ci sono parcheggiate. È l’atteggiamento.
E l’episodio che racconterò adesso penso sia emblematico di una città che, a partire dalle istituzioni, le famiglie non le accoglie.
Provate a prendere un appuntamento in Comune per fare la carta di identità per i bambini: i bambini devono essere presenti, quindi recatevi all’ingresso laterale, di fronte il comando di Polizia. È lì che troverete la rampa. Ci auguriamo che, dopo quanto successo a noi, troverete la porta aperta.
Quando andammo per il nostro appuntamento, la porta era chiusa per metà.
Io ero con un bambino in braccio e mio marito, che portava l’altro nel passeggino, chiese gentilmente ad un’impiegata che era lì all’ingresso di aprire. La sua risposta fu: “Si faccia aprire dalla signora” (che sarei io, con il bimbo in braccio). Se si fosse fermata lì, forse a distanza di tempo l’avrei digerita, ma aggiunse: “Ma guarda che pretese che ha la gente!”.
Ebbene, non l’ho digerita. Come non digerisco le macchine parcheggiate sul marciapiede o in corrispondenza degli scivoli. Come non digerisco il “che schifo!” di persone adulte che ci incontrano per strada con il cane (peraltro, ben educato).
Siamo sempre stati innamorati di questa città, e abbiamo sempre pensato fosse un bel posto per crescere i nostri bambini. Siamo ancora innamorati della città, ma la città la fanno le persone. E accanto a tanti bei volti sorridenti e disponibili, purtroppo c’è anche chi ci riserva l’accoglienza che vi ho raccontato.
