La Città murata

di Paolo Rapposelli

L’esatta ubicazione delle mura urbiche, che hanno circondato la città di Chieti fino a qualche secolo fa, può essere individuata in modo approssimativo in base alle stampe d’epoca e alle notizie storiografiche. Si ritiene che già in epoca angioina la città ne fosse dotata. Sicuramente nel Quattrocento la cinta muraria era ben definita, così come le porte di accesso. A proposito di queste è difficile stabilirne il numero esatto all’origine. Alcuni ritengono che fossero quattro, come le chiavi rappresentate sullo scudo di Achille nello stemma cittadino, altri propendono invece per sei, come i rioni urbani.
Già a metà del XVI secolo molte parti delle mura urbiche furono abbattute ma le porte cittadine rimasero. Appare abbastanza sicuro che dal Seicento ci fossero nove punti di accesso alla città, corrispondenti a nove porte che spesso però furono trasformate, rinominate o cambiarono posizione a causa delle estensioni urbane. Esse erano:
1) Porta Zunica o di Colle Gallo, poi Tre Porte, a Piazza Grande;
2) Porta Bucciaia o Bocciaia in Via Arniense dietro la Cattedrale. Il prof. Gasbarri ne ipotizzò anche un’altra ubicazione, in Strada dei Crociferi;
3) Porta Santa Maria e San Pietro all’altezza della Caserma Pierantoni;
4) Porta Pescara all’inizio della strada omonima, nella cinta angioina, poi riedificata più a valle a fine Settecento. Sono le uniche due porte conservate interamente fino ai giorni nostri;
5) Porta Sant’Angelo, poi Porta S. Antonio o Porta Minerva o Porta San’Anna, ubicata prima all’altezza di Piano Sant’Angelo e poi della Chiesa di S. Antonio;
6) Porta Orientale o Porta Monacisca o Porta S. Giovanni, all’altezza di Mater Domini. Se ne conserva parte del basamento di una parete;
7) Porta Santa Croce o delle Tre Croci o Porta S. Andrea, in Piazza della Trinità. Di essa non rimane niente ma un bastione, che faceva parte di essa, è stato inglobato nella Chiesa della SS. Trinità, divenendone Cappella del Suffragio;
8) Porta Nuova o Porta Reale o Porta Napoli nei pressi del Teatro Romano. Ne rimangono alcuni elementi di una parete;
9) Porta De Nuculis o Di Un Occhio o Santa Caterina o San Gaetano nei pressi della Chiesa di san Gaetano.
Dopo l’Unità d’Italia e la realizzazione della linea ferroviaria Sulmona-Pescara, con lo sviluppo del primo embrione industriale nella vallata, la città sembrava avviata ad un rapido incremento demografico che rendeva necessaria la realizzazione di nuovi quartieri oltre la vecchia cinta muraria. La popolazione cittadina in effetti raddoppiò dal 1861 al 1961. Mura e porte avevano perso la loro importanza ed erano state abbattute ma stranamente e sfortunatamente sopravvissero nella mente di molti teatini, che videro con sospetto le novità che man mano giungevano dal mondo moderno e cercarono rifugio dietro mura non più di mattoni, ma mentali e psicologiche.
Quelle mura e quelle porte, che prima erano protezione e difesa, si stavano trasformando in qualcosa di diverso, come qui di seguito è ben sintetizzato:
“Il muro non ha solo uno scopo difensivo. Proteggendo dalle minacce esterne, permette anche di controllare ciò che accade all’interno. I muri hanno passaggi, porte, cancelli. Sorvegliare questi muri significa controllare chi entra e chi esce, informarsi, verificare che i permessi siano in regola, annotare nomi, osservare facce, imprimerle nella memoria. Il muro diventa così scudo e trappola, riparo e gabbia. Il lato peggiore del muro, però, è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da un muro che lo divide in dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori. Non è indispensabile che il difensore stia materialmente vicino al muro: può anche starne lontano, purché lo abbia sempre dentro di sé e rispetti le regole imposte dalla sua logica”. [Ryszard Kapuściński, “In viaggio con Erodoto”, Feltrinelli, Milano]

© Paolo Rapposelli

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