Cesare Pavese: La Luna e i falò. Tra mito e sofferenza

di Francesca Gizzarelli

La Luna e i falò è l’ultimo romanzo di Cesare Pavese, pubblicato nel 1950 e scritto l’anno precedente, in appena due mesi. Come ricorda nel suo zibaldone ‘’Il mestiere di vivere’’, è addirittura contento, per i suoi standard di persona e scrittore dimesso e profondamente insoddisfatto, della sua opera. Sempre in quegli anni vengono raccolte le sue liriche in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, in gran parte dedicate a Connie (Costance Dowling) a cui è dedicato anche il romanzo. Sono versi cupi e non è un caso che Pavese, nell’agosto del 1950, dopo pochissimi mesi aver vinto il premio strega per La bella estate, si sia suicidato ponendo fine a quella che lui definiva una ‘’febbre di lungo corso”. Nel significato del titolo La luna e i falò vi è il chiaro riferimento mitico al ciclo delle stagionale che affianca tutte le vicende del destino dell’uomo. La luna, che ha qui funzione di simbolo, serve a scandire il ritmo dell’opera e ad instaurare il rapporto tra la mondo terreno e celeste.
Non è sconosciuto l’interesse per il mito in Pavese, in quanto la sua opera maggiore, nonché la sua prediletta, sia proprio Dialoghi con Leucò, una raccolta di dialoghi fra personaggi della mitologia, che Pavese portava con sé il giorno del suo suicidio e in cui lasciò il suo ultimo messaggio: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. In queste sue ultime parole, così come nella scelta di non aver specificato né il nome del protagonista, né del paese in cui si svolge la vicenda, dietro cui si cela Santo Stefano Belbo, ho scorto una volontà dell’autore di passare inosservato, quasi come se la sua esistenza non fosse degna di ricordo. La vicenda narra del ritorno di Anguilla, il protagonista, dall’America dopo la Liberazione, nel paese in cui è cresciuto. Tutto il romanzo si muove su una doppia linea temporale: alle sue correnti vicende, il protagonista alterna brevi ricordi della sua infanzia, fin da quando, abbandonato all’ingresso del Duomo di Alba, viene adottato da Padrino e Virginia, che ne ricevono in cambio una ricompensa in denaro. Successivamente alla morte di Virginia, Padrino decide di vendere il casotto in cui vivevano. Anguilla verrà trasferito alla fattoria della Mora. Lì lavorerà per la prima volta e conoscerà le tre figlie di Sor Matteo. Pavese si perde nei ricordi durante i capitoli, si lascia andare alla nostalgia di una dimensione fanciullesca ormai perduta. Sono notevoli i passaggi fra Anguilla e Nuto: quest’ultimo rappresenta Pinolo, fratello della sua allevatrice, nonché persona che Pavese stimava tanto. Anguilla- Pavese nel corso della narrazione si rende conto che ‘’un paese ci vuole’’, ma proprio come sostiene l’autore stesso ‘’non fosse che per andarsene’’. Nonostante l’affetto provato per la sua nuova famiglia, è richiamato alla sua patria non da un amico, ma solamente dal paese che si porta dentro insieme alla nostalgia che lo lega al suo autore. Una volta tornato le cose sono cambiate eppure uguali: così come il ciclo di una stagione, un rito magico, incontra nella casa del Padrino il suo nuovo proprietario, il Valino, e suo figlio Cinto, un ragazzo gracile e solitario. Anguilla diventa per Cinto la guida che Nuto era per lui.
‘’E poi, a me Nuto piaceva perché andavamo d’accordo e mi trattava come un amico. Aveva già allora quegli occhi forati, da gatto, e quando aveva detto una cosa finiva: <> Fu così che cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire <> <>, ma si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo.
Trascorrono molto tempo insieme andando ad instaurare un legame di fiducia che spingerà il giovane ragazzo a cercare riparo presso l’esule a fine romanzo. Non è da sottovalutare il tema della Resistenza, incarnata anche dalla figura di Santa: il cui destino verrà svelato nelle ultime pagine, come un mistero che lega Anguilla a quella terra.
Sono tantissimi i dettagli autobiografici sparsi per il romanzo. A partire dal pessimo rapporto che Pavese aveva con le donne della sua vita: Fernanda Pivano, Bianca Garufi, Connie, Tina Pizzardo e Bona Alterocca a cui il 17 agosto confidò di sentirsi all’epilogo. È ricorrente nelle opere di Cesare Pavese il tema della vigna, che assume corporalità ed è paragonata ad una donna. Fino ad arrivare al senso di colpa che attanaglia Pavese per non aver preso parte alla Resistenza. Anche sotto questo punto di vista Pavese è una personalità parecchio contorta e oscura. L’8 agosto del 1990, infatti, Lorenzo Mondo ha reso note le pagine del cosiddetto Taccuino segreto, una serie di pensieri, che l’autore aveva escluso dal suo Zibaldone e in cui Pavese si era lasciato andare a digressioni sul fascismo, che giravano tutte intorno al bisogno di ricerca di virilità umana. Va in oltre detto che Pavese aveva rapporti altalenanti anche con il comunismo e bisogna ricordare che nella collana viola di Einaudi, fondata da egli stesso e dedita per lo più alla saggistica, di natura psicologica e antropologica, riportava scritti anche di nazifascisti. Pagine che senza alcun dubbio vanno messe in discussione, poiché risalgono agli anni 42/43, e che precedono dunque le più belle pagine che Pavese dedica alla Resistenza. Basti pensare al romanzo-racconto Prima che il gallo canti, con chiaro rimando biblico al tradimento di Pietro nei confronti del signore. Nelle pagine fra 1945/50 dice di ‘’sentirsi rinato nell’isolamento e nella meditazione’’. Per quanto riguarda lo stile dell’autore, sono due gli elementi fondamentali da prendere in esame: il ruolo di traduttore e il ruolo di poeta. Sono note le traduzioni di Pavese, sopra a tutte, quella di Moby Dick, ma più in generale autori americani. Come riporta nel mestiere di vivere, il 19 marzo 1947, per lui i modelli assoluti di narratori sono Stendhal ed Hemingway. Anche Pavese utilizza un linguaggio scabro, essenziale ed efficace. Inoltre grazie allo studio per le traduzioni, Pavese ha potuto studiare lo slang americano, avvicinandosi da una parte al parlato di tutti i giorni. Il legame con il continente Americano è sottolineato dal soprannome stesso del protagonista: l’anguilla è pesce che prima o poi migra in America. Dall’altra è davvero difficile fare una distinzione fra Pavese narratore e poeta: le sue sono poesie racconto e c’è una densa ricerca del verso nei romanzi.
Il sacrificio di Santina a fine romanzo è forse il sacrificio di Pavese stesso, che aveva già posto fine alla sua esistenza, incapace di perdonarsi, ancora prima di suicidarsi.
“L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò.’’

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