La settimana santa è ormai alle porte e con essa il tanto celebrato Venerdì Santo, motivo di vanto oramai secolare per la comunità teatina. Ogni anno in questi giorni ognuno si riscopre Cattolico, anche chi si è guardato bene dal varcare la soglia di qualsiasi edificio religioso (considerati ormai alla stregua di un orpello) durante l’anno. Pare sia obbligatoria per ogni teatino che si rispetti la partecipazione alla tradizionale processione, dopodiché potrà tranquillamente svestire i suoi panni da orgoglioso cittadino cattolico e continuare ad ignorare beatamente qualsiasi altro evento del calendario liturgio. Ma lasciando da parte l’ironia, sepolto al di sotto di questo frenetico orgoglio cittadino, cosa è rimasto di quest’antica ricorrenza? È possibile recuperare il suo senso più autentico? Che si voglia credere o meno alla vicenda di Cristo, essa é inscritta all’interno della sofferenza, fin dall’annuncio della sua venuta. Che si voglia credere o reticenti si rimandi il dubbio ad una tangibile prova come San Tommaso, la parabola di Cristo è, prima ancora di essere un culto religioso, espressione delle paure, dei dubbi e delle tribolazioni dell’essere umano. Alla radice dell’attrazione nei confronti di un evento come la processione vi è dunque questo antefatto, questo bisogno dell’uomo di ricongiungersi con il suo lato umano attraverso la sofferenza del Cristo. Pur volendo avvalorare utopisticamente a motivo di partecipazione alla processione del Venerdì queste ragioni occorre ammettere, distanti dall’utopia, che i motivi della forte affluenza sono principalmente di carattere folcloristico e comunitario. Storicamente la processione è luogo di ritrovo e convivialità, gli esuli ritornano in patria e si festeggia la morte di Nostro Signore affolando bar e pizzerie della cittadina, rendendo i nostri commercianti sicuramente meno sofferenti di quanto Cristo possa essere stato sulla croce. Fatta presente questa prospettiva di progressiva perdita delle vere ragioni, innanzitutto umane, che sottendono questa ricorrenza, vorrei azzardare una prospettiva di recupero delle stesse attraverso una forma d’espressione ad oggi sempre più rara e più lontana (apparentemente) dai bisogni del’uomo contemporaneo: la poesia. Essa è da sempre l’espressione degli aspetti più primordiali e puri dell’uomo inteso come colui che assume, o tenta di assumere, coscienza di sé stesso. Il suo linguaggio è primordiale, franto, quasi un balbettio, debole e incapace perfino di colmare lo spazio bianco della pagina, ma pregno, proprio per questa sua natura, della dimensione recondita e inviolata dell’uomo, non corrotta dai bisogni e le impellenze che ci muovono nella nostra quotidianità. La poesia nei suoi recenti sviluppi a partire dalla seconda metà del ‘900 è diventata sempre più negazione, in primis di sé stessa.Opposta a questi sviluppi fu la poetica ungarettiana, volta a recuperare soprattuto con la raccolta Sentimento del tempo del 1933 una pronuncia alta, misurata nel verso con il recupero dell’endecasillabo. Pur nel costante segreto che la parola portava inscritta in sé, Ungaretti manteneva un’assoluta fiducia nell’atto poetico come strumento disvelatore delle zone lontane del nostro essere. Al periodo immediatamente precedente alla raccolta sopracitata corrisponde la conversione di Ungaretti, testimoniata già nella poesia “La madre”, e anche quelli che oggi voglio proporvi sono dei versi, appartenenti alla poesia La pietà nella sezione degli Inni, che si iscrivono perfettamente nella parabola di conversione ungarettiana, anche se questa conversione passa soprattutto, come vedremo, attraverso il dubbio, attraverso un dialogo impossibile con Dio che si trasforma di conseguenza in monologo. La poesia, articolata in 4 sezioni, inizia subito addualizzando in maniera quasi lapidaria quello che è il nucleo tematico dell’intero componimento:
Sono un uomo ferito.
Un settenario denso, che nella sua icasticità ricorda fin da subito l’Ungaretti del porto sepolto (Sono una creatura ad esempio). Ma andando avanti la prospettiva si allarga, dall’io Ungarettiano si passa ad un noi che circoscrive questa parabola di sofferenza all’intera umanità:
Dio guarda la nostra debolezza.
Vorremmo una certezza.
Di noi nemmeno più ridi?
[…]
Una traccia mostraci di giustizia.
La tua legge qual è?
Un noi che gradualmente arriva ad includere anche i morti, in un’unità che non lascia scampo:
È nei vivi la strada dei defunti,
siamo noi la fiumana d’ombre,
sono esse il grano che ci scoppia in sogno,
loro è la lontananza che ci resta,
e loro è l’ombra che dà peso ai nomi,
la speranza d’un mucchio d’ombra
e null’altro è la nostra sorte?
E poi la conclusione, amara presa di coscienza, che passa tutta per l’ossimoro contenuto nel v.4 di una delle tre strofe conclusive:
L’uomo, monotono universo,
crede allargarsi i beni
e dalle sue mani febbrili
non escono senza fine che limiti.
Unico tentativo di approssimazione la sofferenza, a cui prima accennavamo, viatico che passa per la bestemmia, unico mezzo dell’uomo per esprimere tutta la sua lontanaza da un Dio che pare sordo alle sue richieste. Ma è proprio dalla distanza, dalla presa di coscienza della propria ineludibile sofferenza, che nell’uomo nasce il desiderio di ricongiugersi a quella spiritualità che pareva aver perso:
Ripara il logorio alzando tombe,
e per pensarti, Eterno,
non ha che le bestemmie.
