Il Gonzaga in pillole: “A proposito del film ‘C’è ancora domani’ di Paola Cortellesi”, di Daria Di Rocco

Finalmente oggi riesco a spiegarmi come mai il film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, abbia riscosso così tanto successo nei cinema italiani.
Avevo sentito parlare tanto di questo film, pareri contrastanti, ma comunque era sulla bocca di tutti. Non mi sarei mai aspettata un film così travolgente e significativo, ma allo stesso tempo colmo di semplicità e quotidianità. Il film della Cortellesi “parla di noi, ieri e oggi, ma per fortuna c’è ancora domani” come dice la stessa attrice e regista in molte interviste rilasciate. Questo film parla di noi, perché già dal primo minuto di proiezione viene rappresentata la posizione, nuda e cruda, che la donna aveva e a volte tutt’ora ha; è dal primo minuto che lo schiaffo, del marito Ivano alla moglie Delia, un gesto senza senso ma allo stesso tempo spietato, colpisce in realtà anche gli spettatori facendoli da subito catapultare nella realtà dell’Italia del Dopoguerra.
Non mi aspettavo così tanto da questo film perché sapevo fosse in bianco e nero, e spesso siamo abituati ad associare la scala di grigi ad un qualcosa di noioso e ormai superato, ma al contrario le scelte stilistiche e di linguaggio riescono a colpire il pubblico. Ad esempio, i numerosi momenti comici alleggeriscono il carico di un tema così delicato senza andare a sminuire la drammaticità dei temi e delle scene rappresentate.
La scelta che più ho preferito è stata quella di alleggerire le scene in cui Ivano picchia e violenta Delia, anche solo per aver rotto un piatto, ma i personaggi si uniscono come in un valzer romantico e allo stesso tempo comico, in grado anche di strappare un sorriso. Un altro espediente brillante consiste nel rappresentare contemporaneamente varie storie: quella di Ivano, Delia e la loro famiglia, la storia di Marisa e suo marito, e infine quella tra Marcellina, figlia dei protagonisti, e Giulio.
L’intreccio di queste tre storie denuncia uno degli aspetti chiave del film: l’onnipresenza dei rapporti patriarcali che caratterizzano tutti gli strati della società indipendentemente dal ceto, dalla condizione economica e dal livello di istruzione. In tutte le famiglie, quella di Delia e Ivano, quella di Giulio, un ragazzo della media borghesia e infine quella di Sor Ottorino, si insiste sul principio per il quale la donna non sia in grado di decidere, raccontando la storia di tutte le donne, di tutti i rapporti tossici e prevaricatori. Il film infatti sottolinea quanto, nonostante le differenze sociali ed economiche, i tre personaggi uomini chiave del film abbiamo in comune.
Una delle scene che personalmente mi ha più colpito è stata quando, il suocero di Delia, parlando con suo figlio Ivano dice “Non puoi picchiarla tutti i giorni, altrimenti quella si abitua, devi farlo ogni tanto ma forte così impara a tenere la bocca chiusa, anche perché dopotutto, Delia è una brava donna, ha solo il difetto di parlare troppo.”
Inizialmente mi aspettavo che Sor Ottorino volesse far riflettere Ivano, invitandolo a cambiare metodo con sua moglie, ma in realtà ciò che esprime, rimane a mio parere la parte più cruda dell’intero film: lo invita semplicemente a dosare meglio la sua violenza allo scopo di “non farla abituare” alle maniere forti.

Questo film porta un messaggio crudele ma purtroppo ancora attuale; la Cortellesi alterna momenti divertenti a scene drammatiche; trattare un tema così delicato in tal modo non è da tutti, e forse questo era l’unico modo per arrivare a colpire un pubblico così vasto.
“C’è ancora domani” come si evince dal titolo, è un film di speranza che porta a riflettere sia sulla nostra società sia su noi stessi, a volte anche strappando un sorriso, e sulla battaglia che dobbiamo continuare a portare avanti nella speranza di arrivare un giorno, a permettere a tutte le Delie che sono là fuori, di iniziare a vivere e non a sopravvivere.

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