Intervista di Rosa Anna Buonomo
La storia di riscatto del calciatore Francisco Valdés si intreccia con quella del Cile, sconvolto dal colpo di Stato e dalla dittatura di Pinochet, nel nuovo lavoro dello scrittore lancianese Remo Rapino.
Un racconto lungo, “Valdés”, pubblicato dalla casa editrice Tetra, in uscita lo scorso 4 marzo.
L’idea, spiega Rapino al Giornale di Chieti, è nata «da un’intervista letta un po’ di tempo fa in cui Valdés racconta la sua vita negli anni del golpe». Due rimorsi, in particolare, tormentano il calciatore, che ha militato nella squadra del Colo-Colo e ha indossato la maglia della Nazionale cilena, da capitano: aver segnato il gol che valeva la qualificazione al Campionato mondiale di calcio del 1974, in una partita farsa contro l’Unione Sovietica che non era scesa in campo, e non essersi esposto al funerale di Pablo Neruda, dove non aveva avuto il coraggio di gridare quell’“¡Estoy!” con cui avrebbe preso una netta posizione.
«In quell’intervista Francisco Valdés annunciava di voler scrivere una lettera di scuse a Pablo Neruda» prosegue. «Quegli anni li ricordo molto bene. Attraverso la storia del capitano della Nazionale cilena, attraverso la sua vicenda, racconto la storia di un Paese, sconvolto dalla dittatura. Il Cile era un’isola di libertà, fino al golpe, che ha fatto crollare la speranza. Il calcio mi ha offerto il pretesto per parlare di altro. “Valdés” è la storia di un ragazzo, di una generazione, di un Paese, di ricordi, anche personali».
Rapino porta in questo racconto diverse passioni, fuse alla perfezione con il suo stile elegante: il calcio, la letteratura e la storia.
«La scrittura, in fondo, è sempre un pretesto: basta un personaggio e da lì si costruisce. La ricostruzione, poi, comporta ricerche e ne viene fuori un qualcosa che va oltre il singolo individuo».
La dittatura, le illusioni, le speranze perdute di un’intera generazione arrivano al lettore attraverso il talento di Francisco Valdés, che danza in campo in cerca di un riscatto sociale. «La mia generazione ha vissuto quegli anni con molto dolore: il Cile era un Paese democratico prima di quella mattanza. Gli scrittori sudamericani hanno spesso usato il calcio per denunciare ciò che accadeva. Ho sempre amato molto questa letteratura. Un testimone importantissimo di quegli anni è stato Sepulveda».
Non è la prima volta che Remo Rapino scrive dello sport più amato e popolare al mondo: nel 2015, con la casa editrice Carabba, ha pubblicato “Quaderni: storie quasi vere di calcio”.
«Con il calcio ho un forte legame: mio padre ha giocato e mi ha lasciato questa eredità. Io l’ho praticato soprattutto da amatoriale. È un gioco che invita alla socializzazione, al rispetto degli avversari. Quando si scrive, si scrive sempre un po’ di se stesso, e anche chi legge, in quello che legge, cerca un po’ di sé. Si crea un ponte di parole che mette vicino scrittore e lettore. Nel calcio c’è tutto un insieme di emozioni; è una mia passione che ogni tanto emerge e mi piace scriverne».
Nato a Casalanguida, residente a Lanciano, lo scrittore abruzzese è stato docente di storia e filosofia nella provincia di Chieti. Nel 2020 ha vinto il Premio Campiello per il romanzo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (casa editrice minimum fax), diventato anche uno spettacolo teatrale diretto da Davide Cavuti.
«Il Campiello è stata una sorpresa inaspettata. Non sapevo neanche che la casa editrice avesse mandato il libro al Premio, l’ho scoperto quando sono arrivato tra i finalisti. È stato un viaggio incredibile. L’unico rimpianto che ho è che purtroppo eravamo in tempi di Covid e non ho potuto girare come avrei potuto, ma mi ha consentito di farmi conoscere e di farmi allargare gli orizzonti. Ero un “illustre sconosciuto”, in finale con Francesco Guccini, sono rimasto sorpreso anche più di un po’ quando ho saputo di aver vinto. È stato bello, una bellissima esperienza umana prima ancora che letteraria».
