La “Familia Paone” (Produzione Teatro Stabile d’Abruzzo), con la regia e l’interpretazione di Rossella Gesini e Stefano Angelucci Marino è andata in scena per la prima volta in Abruzzo al teatro Fenaroli di Lanciano, Dopo una lunga tournée in Sud America.
Familia Paone è un racconto sulle radici quelle che non affondano su un terreno stabile e fermo, ma quelle destinate a nuovi approdi. Radici che non saranno mai salde perché costrette a germogliare tra la memoria della terra lasciata e il futuro della terra trovata. Radici cadute in un terreno scivoloso che frana tra l’orgoglio dell’identità e la speranza della terra promessa.
Una narrazione che non appartiene al passato, ma al nostro presente se si considera che l’esperienza dell’emigrazione è ancora un fenomeno attuale, l’umanità non ha mai smesso di partire verso un altrove diverso.
Stefano Angelucci Marino e Rossella Gesini mettono in scena le vicende e il sentire della famiglia Paone emigrata in Argentina, tre generazioni che si raccontano in una lingua mescolata, un miscuglio di italiano, spagnolo e abruzzese, un racconto che si snoda tra il riso e il pianto, tra gioia e amarezza, tra tradizione e modernità. Dietro maschere antropomorfe scorrono le singole identità, lo spettatore conosce i personaggi non solo attraverso l’uso mimico del corpo e l’utilizzo della voce, ma anche attraverso le espressioni del volto che la maschera non copre anzi esalta.
Tutto appare precario, insicuro, incerto, perché ciascuno in fondo sente di essere un figlio di Ulisse, non solo nonno Peppe e nonna Lella che per primi mossero i passi sui sentieri del mare in viaggio verso il pane e fortuna, ma anche Emanuele Paone il nipote che appare solo all’ultima scena con il suo cappello bianco, ma che è evocato in tutte le scene tra le braccia delle donne Paone.
Le donne Paone hanno nomi argentini, ma DNA italiano, e sono depositarie di una speciale tenerezza che tra un selfie o una nuotata, o una imprecazione abruzzese prende la consistenza di due parole pronunciate al telefono e indirizzate al nipote Emanuele: “Mi Amor”.
E’ L’amore di madre che apre la scena e la chiude. Un amore che si rivela nella potenza del silenzio e nella forza consolatorio di un canto.
Forse la diversità non è solo in quella radice italiana ma in quel canto finale di vocali esauste.
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