Di Rosa Anna Bonomo
Per la famiglia Guerrieri, la pasta non era mai stata solo un piatto di pasta. Era un’occasione per ritrovarsi intorno al tavolo, un ricordo di infanzia, un credo tramandato di padre in figlio; il sogno di generazioni di uomini e donne, impiegate davanti alle impastatrici di quell’antico mulino, ai piedi della Majella, diventato, nel 1907, il Pastificio Guerrieri.
È un esordio delicato, profondo, convincente, appassionato quello della teatina Kristine Maria Rapino. Il suo primo romanzo “Fichi di marzo”, edito da Sperling&Kupfer, ha conquistato anche il noto scrittore Maurizio De Giovanni, autore delle saghe di romanzi del Commissario Ricciardi, dei Bastardi di Pizzofalcone e di Mina Settembre, per citarne solo alcuni, da cui sono state tratte le fortunate serie televisive.
Classe 1982, Kristine vive a Chieti, dove lavora nel sociale. È editor e docente di scrittura creativa alla Scuola Macondo di Pescara. Ha studiato recitazione e sceneggiatura, ha lavorato per il teatro e a Cinecittà. È stata finalista al Premio Letterario Rai “La Giara” e concorrente del talent letterario di Rai 3 “Masterpiece”. Nel 2014 è stata vincitrice del Premio Letterario Sándor Márai e finalista al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como.
“Fichi di marzo” è una storia di legami familiari, che Kristine racconta con una penna raffinata da cui emerge l’amore per la scrittura e un’altissima qualità della stessa.
Il romanzo è ambientato in Abruzzo, nel paesino immaginario di Roccasinara, in cui la famiglia Guerrieri vive da sempre e in cui ha sede l’omonimo pastificio. L’evento che dà il via alla vicenda narrata dalla scrittrice teatina è la morte del padre di famiglia, Giordano, che non era riuscito a trasmettere la passione per la pasta agli eredi. Dei suoi tre figli, infatti, soltanto la ribelle Diamante è stata impiegata nello spaccio del pastificio, gli altri, Arturo ed Eva, hanno seguito altre strade: uno è diventato zoologo, l’altra ha abbandonato il nido e fatto carriera a Bologna. La morte di Giordano mette, però, tutto in discussione e costringe la famiglia a riunirsi: proprio lì, davanti a un piatto di pasta, ciascuno di loro, compresa la moglie Gemma, dovrà fare i conti con ciò che l’uomo ha lasciato dietro di sé. Il destino della famiglia Guerrieri si intreccerà a quello della giovane Anila, di origini albanesi, senza un posto dove andare, una bambina in grembo che non vuole e un segreto che toccherà la famiglia da vicino.
Finché la vita troverà un modo per sorprendere tutti, come un albero capace di dare i fichi a marzo.
Kristine Maria Rapino ha raccontato il suo romanzo d’esordio al Giornale di Chieti.
Come nasce “Fichi di marzo”? Cosa ti ha ispirata?
L’ispirazione è nata alcuni anni fa, durante una giornata FAI di Primavera.
Con l’occasione si potevano visitare antichi mulini ad acqua nella zona di Casacanditella, accanto ai quali era sorto un complesso industriale per la produzione della pasta, rimasto attivo per molto tempo. In quello stesso periodo, in altre zone della regione, accadeva qualcosa di analogo. Era un fatto: l’Abruzzo scopriva nella pasta una vocazione.
Da quel momento ho iniziato a riflettere sull’importanza di questa tradizione nella mia regione. La storia della famiglia e del Pastificio Guerrieri, narrata in questo romanzo, non fa riferimento a una realtà produttiva in particolare, ma le comprende tutte in un credo comune, la religione del grano dei maestri pastai: «La pasta non è mai solo un piatto di pasta». Questa è la frase che Giordano, il capofamiglia, ama ripetere ai suoi tre figli. La pasta ci racconta, rinsalda i vincoli d’affetto con un passato rurale e una lunga storia artigiana, rievoca il valore sociale della convivialità. In definitiva, della famiglia.
Il titolo si rifà a un episodio raccontato nel Vangelo. Perché questa scelta?
Un episodio molto controverso del Vangelo, quello del fico seccato. Si racconta che Gesù, dopo il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, andando verso Betania, “ebbe fame”. Vide nelle vicinanze un fico che presentava solo foglie, e non trovando frutti lo maledisse, seccandolo “fin dalle radici”. Eppure, non era la stagione dei fichi.
Ne sono nate diverse interpretazioni. Di fatto, cercare un frutto fuori stagione implica concedersi di credere all’impossibile. Forse Gesù ha fame di questo. È una chiamata allo straordinario, a compiere azioni che esulano dalla nostra razionalità.
Le radici, i legami familiari sono al centro del tuo romanzo d’esordio. Cosa rappresenta per te la famiglia?
Sono molto legata alla mia famiglia, felicemente rumorosa, affollata di memorie e storie che mi custodiscono, mi ricordano ogni giorno chi sono. Ho avuto la possibilità di crescere accanto ai miei nonni, che ho vissuto fino alla fine, e di poterne ascoltare i racconti, viaggiare con loro, i miei genitori e mio fratello, con tanto di cane al seguito. Ho avuto un’infanzia completa e sono consapevole di questa fortuna, che oggi è diventata riconoscenza. Per questo, forse, in tutto ciò che scrivo parlo di famiglia e di come debba tornare a essere il lievito dei nostri giorni.
C’è un personaggio del tuo libro che hai amato più degli altri? Se sì, perché?
Non ce n’è uno in particolare, ma se dovessi scegliere direi Gemma ed Eva. L’una per la capacità di riscatto, l’altra per la tenacia e la volontà di non disfarsi delle proprie radici per guardare consapevolmente al futuro.
Il libro si apre con un evento luttuoso: la morte di Giordano Guerrieri, che riporta tutti a casa e li costringe a fare i conti con tutto quello che l’uomo ha lasciato dietro di sé. Che famiglia sono i Guerrieri?
I Guerrieri sono una famiglia solo sulla carta. In realtà sono delle monadi, ognuno è perso dietro ai propri interessi. Giordano e Gemma hanno tre figli: Arturo, il primogenito, è uno zoologo con uno sguardo particolare sul mondo, non è coinvolto nella gestione del pastificio; Eva invece avverte su di sé la pressione del padre che nutre nei suoi confronti aspettative molto alte, per questo da tempo è andata a lavorare a Bologna; Diamante, l’ultima, è una scapestrata, studentessa fuoricorso, alla continua ricerca di attenzioni. La morte del padre li costringerà a trovarsi di nuovo sotto lo stesso tetto, a riorganizzarsi attorno a questa mancanza non solo affettiva anche economica, nella necessità di gestire il pastificio. Soprattutto, dovranno rinegoziare il significato di famiglia, attribuendogli un’accezione inedita, che va al di là dei legami di sangue.
Quanto Abruzzo c’è in “Fichi di marzo”?
Con mio grande piacere, durante le presentazioni del libro soprattutto nel nord Italia, è stato più volte evidenziato come l’Abruzzo sia in realtà uno dei protagonisti della vicenda. Di fatto, è presente nelle ambientazioni, nelle tradizioni popolari, nella gastronomia, nei detti, nelle espressioni. Un personaggio in particolare, Sabbia Candeloro, un’anziana ruspante e verace che si esprime solo in dialetto, rappresenta la sapienza rurale che rischia di scomparire. Un’esigenza stretta che avverto molto, quella di trattenere ciò che siamo stati come unico modo per conservare l’autenticità di ciò che saremo.
Hai presentato il libro alla Capanna di Betlemme a Chieti. Cosa significa per te quel luogo e qual è il tuo legame con la tua città e la tua regione?
La Capanna di Betlemme di Chieti non è soltanto uno dei luoghi del romanzo, ma è anche il luogo della mia rinascita personale. Vengo da un lungo percorso nel volontariato, iniziato con gli scout quando ero adolescente, ma l’incontro in strada con i cosiddetti “ultimi” mi ha cambiato la vita. Ho capito che solo nella prossimità può esserci felicità. Da tre anni, il sociale è anche il mio ambito lavorativo, per me una scuola continua di verità, di lotta al pregiudizio, nel tentativo di acquisire uno sguardo non giudicante nei confronti del prossimo. Vivo a Chieti e amo questa città, che è capace di accogliere e lo dimostra con attestazioni silenziose di umanità anche se spesso, come l’erba che cresce, fa meno rumore dell’albero che cade.
La scrittura si può insegnare e apprendere?
Da cinque anni insegno scrittura creativa presso la Scuola Macondo di Pescara, e anche per esperienza personale posso dire che le scuole sono molto utili. Servono a far acquisire consapevolezza dei propri mezzi espressivi, a capire come utilizzarli per essere più efficaci e meno autoreferenziali, a conoscere le tecniche, gli stili, a leggere con accuratezza e ancor prima a imparare a guardare. Perché scrivere è prima di tutto guardare. Ciò che invece non si può insegnare è di certo il talento, ma soprattutto la capacità di imporsi la disciplina necessaria per perseguire un obiettivo. Scrivere richiede abnegazione olimpica.
