Un mostro invincibile

Il Megalò ormai è parte della nostra città. Volentieri o meno ci andiamo quasi tutti per molti dei nostri acquisti, per una cena frugale o per vedere un film, qualcuno anche solo per trascorrere qualche ora a passeggio tra le vetrine.

Spesso sento dire che il centro commerciale è il responsabile del declino inesorabile dei negozi del centro ma questa critica, vera o meno che sia, distoglie spesso la nostra attenzione sulla reale natura dell’opera considerata in termini strutturali.

Il vero mostro infatti è il contenitore e non il contenuto.

Per far nascere il Megalò qualcuno ha ritenuto necessario utilizzare un’area precisa e molto importante: una golena; una porzione di territorio (demaniale) creata naturalmente dal fiume che, altrettanto naturalmente, è destinata a raccogliere le acque di piena.

Un fatto di per sé strano visto che le golene sono sottoposte ad un particolare regime giuridico che le interdice all’edificazione, sia per quanto riguarda l’aspetto ambientale, sia per la loro natura di aree del demanio pubblico.

Con buona pace per queste norme di diritto però, alla fine, la golena è stata invasa dal cemento ma si è posto subito un problema serio: se il fiume Pescara fosse esondato, le acque si sarebbero certamente riversate sulla neonata struttura con ovvi e nefasti effetti per tutti.

Per evitare questa ipotesi gli indomiti progettisti hanno quindi pensato di realizzare un maestoso argine artificiale, alto in alcuni punti più di 10 metri, a protezione della loro creatura.

Risolto anche questo problema e dunque messa in sicurezza l’area commerciale il più era fatto. Non restava che verificare la possibilità di risparmiare qualche soldo tra i tanti che dovevano essere versati al Comune per gli oneri di urbanizzazione.

A qualcuno è quindi venuta in mente un’idea fantastica: realizzare una bella opera di urbanizzazione; un bel parco fluviale (tanto il fiume è lì a 2 passi) da cedere al Comune al posto del denaro sonante o buona parte di esso.

Ovviamente l’amministrazione dell’epoca, con la sua elevatissima lungimiranza ed intelligenza ha accettato, forse pensando che qualcuno stava per regalare al Comune di Chieti una specie di paradiso terrestre, qualcosa di simile ai famosi giardini di Stourhead in Inghilterra.

In realtà non avevano capito (stranamente) che stavano prendendo una colossale fregatura destinata ad avere effetti così duraturi nel tempo da diventare un imperituro monumento, nel migliore dei casi, all’idiozia.

Fregatura doppia a dire il vero.

In primo luogo perché tutta l’area è fortemente inquinata; basta scavare un po’ a ridosso dell’argine del fiume per rendersi conto di quel che è stato sotterrato, nel corso dei decenni, in quei terreni da qualche delinquente. Se poi si vuole approfondire, basta leggere qualche documento reperibile anche on line in cui è scritto nero su bianco che terreni e culture hanno subito delle mutazioni e delle modifiche a causa dei rifiuti pericolosi che sono stati sversati nella zona.

Strano che gli amministratori dell’epoca non fossero a conoscenza di questa peculiare caratteristica…

Stranissimo anzi, inverosimile che non fossero a conoscenza del fatto che la cessione di quei terreni avrebbe comportato enormi spese per la messa in sicurezza a carico del Comune stesso…

Ma la cosa più eclatante è che nessuno, né dei vecchi amministratori, né dei vecchi funzionari delle varie istituzioni (Comune Provincia e Regione) si è reso conto che la realizzazione di un parco fluviale era tecnicamente impossibile.

L’argine realizzato a protezione del Megalò è un muro; un muro di terra alto svariati metri che in caso di piena improvvisa, impedirebbe a qualunque fruitore dell’ipotetico parco di mettersi in salvo.

In pratica è una potenziale trappola mortale.

Tutta la struttura è un vero e proprio mostro la cui sola presenza impedisce a chiunque di potersi recare in tutta sicurezza in riva al fiume, su un’area pubblica.

Questa situazione ha trasformato un’area che teoricamente doveva diventare un grande parco verde destinato alle famiglie in una vera e propria terra di nessuno.

Una “no man’s land” che come da migliore tradizione, è diventata zona di interesse per tutti quelli che necessitano di luoghi appartati, lontani dagli occhi delle persone comuni, dove magari si va a consumare un po’ di eroina, dove si può andare a cercare un po’ di sesso a pagamento, dove si vanno ad abbandonare rifiuti di ogni genere e tipo e dove, di fatto, è consentita qualsiasi attività illecita.

A distanza di qualche anno e dopo l’ennesima denuncia di degrado, il Comune di Chieti ha deciso  di interdire l’area all’accesso veicolare. Passaggio necessario ma non sufficiente.

Il Comune deve prendere atto che il parco fluviale non è mai esistito e mai esisterà e deve adottare  tutti i provvedimenti conseguenti.

Noi cittadini invece dovremmo fare una bella raccolta fondi per erigere un monumento all’idiozia (nel miglior dei casi) proprio all’ingresso del Megalò e dedicarlo a tutte le amministrazioni comunali, provinciali e regionali che si sono succedute negli anni ed hanno reso possibile questo scempio, questa colossale fregatura.

 

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