Il sesso delle tartarughe

Ottavio Argenio

La decisione del Comune di Chieti di concedere il patrocinio ad Abruzzo Pride ha scatenato la reazione del Popolo della famiglia che, attraverso il suo coordinatore provinciale, ha accusato il Sindaco di voler imporre un “pensiero unico” alla città e di voler finanche ledere i diritti dei bambini, minacciati – secondo il portavoce del PdF – dalla crescente onda LGBT e dalle teorie gender.

Su un aspetto il coordinatore del popolo della famiglia ha ragione: l’argomento sotteso alla vicenda  è divisivo ed ancor prima, è delicato.

Si tratta di diritti, in particolare dei diritti di libertà delle persone (di tutte le persone) ed è necessario prestare attenzione a ciò che si dice ed a ciò che si scrive, auspicando che chiunque sia a parlare o a scrivere, sia anche in grado di pensare…

Il punto dolente della vicenda, come detto, sembra ruotare intorno alla decisione del Comune, di concedere il patrocinio alla manifestazione Abruzzo Pride e di partecipare all’evento conclusivo odierno che si svolge a L’Aquila. Secondo alcuni, così facendo, spendendone ufficialmente il nome, il Sindaco avrebbe compromesso la città, dando modo di pensare che tutta Chieti la pensa come lui sui temi dei diritti LGBT.

La questione ovviamente è molto più semplice di quel che si possa pensare e le polemiche sono solo il frutto di un’erronea quanto inutile contrapposizione politica.

Il patrocinio è un atto mediante il quale il Comune manifesta il suo apprezzamento per iniziative ritenute meritevoli in vari campi, tra i quali quelli sociali e culturali. Non può essere concesso per manifestazioni politiche; generalmente è gratuito per l’ente ed è tendenzialmente riservato a quelle iniziative che si svolgono nel perimetro urbano. Questo in breve è il patrocinio.

Abruzzo Pride invece è una manifestazione, un flash mob, che si svolge in tutto Abruzzo (ha fatto tappa anche a Chieti), in cui alcune persone esternano il loro libero pensiero e soprattutto il loro libero essere, rivendicando il rispetto dei loro diritti di libertà. E’ pertanto una manifestazione meritevole; senza se e senza ma.

E’ anche un evento socio-culturale.

Anche su questo non possono esserci dubbi a meno di voler essere intellettualmente disonesti ed affermare che si tratta di una manifestazione politica.

Di politico in una manifestazione come l’Abruzzo Pride non c’è proprio nulla visto che l’affermazione della libertà e l’orientamento sessuale degli individui non possono catalogare le persone o determinarne l’appartenenza in uno schieramento di destra piuttosto che di sinistra.

Le connotazioni politiche di questi eventi le danno i politici, proprio per fini strumentali, sbagliando stupidamente, perché l’impegno per il riconoscimento di diritti sacrosanti (come quello di non essere discriminato) non può avere alcun colore; è solo una battaglia di civiltà giuridica che ciascuno dovrebbe combattere con convinzione.

La querelle sul patrocinio del Comune quindi è poco più di un cavillo. E’ finanche inutile cercare di capire se questo riconoscimento morale poteva o non poteva essere concesso alla luce delle regole che lo stesso Comune si è dato.

Il tema centrale su cui riflettere è ben altro e andrebbe compreso a fondo prima di prendere parte al gioco delle contrapposizioni.

Riguarda il rispetto, il significato e la portata di questo atteggiamento che faremmo bene ad insegnare ai nostri figli così come è stato insegnato a quelli un po’ più fortunati tra noi.

Già, proprio i nostri figli, quelli che secondo alcuni sarebbero in pericolo a causa dell’ondata arcobaleno, quelli i cui diritti potrebbero risultare minacciati anche da una semplice partecipazione morale ad un flash mob; quegli stessi pargoli che spesso, quando interagiscono tra loro, nelle situazioni in cui è quasi naturale deridere l’altro, o peggio, quando l’altro deve essere emarginato dal gruppo, usano quei termini ben noti con i quali viene stigmatizzata, indicata o anche solo ipotizzata una condizione legata a gusti sessuali ritenuti devianti.

Ecco, se si iniziassero a comprendere bene, in maniera effettiva e piena, il significato e la portata del rispetto e se si iniziasse davvero ad insegnarlo ai più piccoli, forse, tra qualche anno, non ci saranno più manifestazioni LGBT per le quali chiedere il patrocinio ai Comuni.

La speranza è una fiamma da tenere sempre accesa.

 

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