di Gino Di Tizio
80 anni fa, proprio l’11 febbraio in una cava di Colle Pineta, a Pescara, vennero fucilati nove giovani: Giuseppe Pietro Cappelletti, Aldo Sebastiani, Massimo Beniamino Di Matteo, Stelio Falasca, Nicola Cavorso, Raffaele Di Natale, Aldo e Alfredo Grifone, e Vittorio Mannelli. Una dolorosa pagina della nostra storia che ho sempre sentito come un preciso dovere ricordare, anche in memoria di Umberto Grifone che ogni anno questo giorno mi chiedeva di farlo sui media dove operavo. I 9 vennero arrestati tra il 16 gennaio e il 4 febbraio 1944, e non erano stati i tedeschi a catturarli, ma una squadra fascista che agi su delazioni dei concittadini di quei giovani. Di quella storia questo aspetto è assai doloroso ma è ancora oggi giusto ricordare che furono gli stessi chietini a denunciarli, proprio perché il messaggio alle giovani generazioni non sia affidato solo a commemorazioni, certamente dovute al sacrificio di quei giovani, ma sia reso completo dal racconto delle responsabilità che ci furono in quel tragico periodo, per evitare che in futuro si vivano uguali drammi.
Era anche questo lo spirito che animava Umberto Grifone, fratello di due fucilati e di Guido, che scampò alla morte
insieme a Floriano Finori e Giovanni Potenza, perché furono graziati all’ultimo momento per intercessione dell’arcivescovo di Chieti monsignor Giuseppe Venturi. Anche Umberto Grifone, venne catturato il 3 febbraio ma venne rilasciato il 5 successivo: a salvarlo la sua giovanissima età.
Oggi Umberto, scomparso qualche anno fa, non ci sarà a dare, come ogni anno, la sua testimonianza, senza mai riuscire a liberarsi del peso che portava dentro. Sentiva quasi come una colpa l’essere scampato al piombo dei tedeschi. Per questo il giorno prima dell’11 febbraio veniva a trovarmi, per chiedermi di raccontare quel che era accaduto, perché non si spegnesse mai la fiamma. Quella fiamma che proprio lui aveva riacceso, nei mesi successivi al giorno della tragedia, spesi per ricercare il posto del martirio di quei giovani amici, che aveva visto caricare su un camion per ignota e fatale destinazione.
Solo a luglio inoltrato del ’44, come mi raccontò, su indicazione di alcuni abitanti della zona, riuscì a individuare il luogo dove i giovani erano stati massacrati e seppelliti.
In quel punto ora c’è un cippo che ricorda la strage. Era una zona deserta di Pescara, allora, il luogo dell’eccidio, adesso circondato da palazzi e scuole, e non distante dal nuovo tribunale e dal quartiere popoloso di San Donato. Ma quando il giovane Grifone arrivò lì, c’erano solo la campagna e una vecchia cava.
Mi raccontò più volte, Umberto, senza mai riuscire a frenare le lacrime, come aveva scavato la terra con le sue mani, prima di arrivare ai corpi martoriati. Da allora per lui coltivare la loro memoria fu uno scopo davvero di vita, contro l’indifferenza e soprattutto l’ignavia che lo circondava. Oggi, a Colle Pineta, luogo del martirio, ci saranno ancora pubbliche manifestazioni come accade ogni anno.
Non ci sarà Umberto a seguirla, ma ci sono ancora quei dieci cipressi che mise a dimora in quel luogo, a tener vivo il ricordo di quel sacrificio soprattutto alle giovani generazioni, a cui sempre si rivolgeva.
