Stefano Maria Simone
Da sempre, in Italia, esiste uno sport che nel bene o nel male, tranne qualche piccola eccezione, riesce a mettere d’accordo davvero tutti. Ovviamente sto parlando del calcio. Un’attività che nel nostro paese, nel corso degli anni, ha assunto una notevole importanza sociale e culturale. Oggi vorrei farvi conoscere una persona che la vive quasi tutti i giorni esercitando il ruolo di arbitro e di istruttore arbitrale, che sono certo potrà raccontarci bene, dal suo punto di vista, alcuni aspetti peculiari di questo sport ma soprattutto riguardo alla figura dell’arbitro vero e proprio. Il suo nome è Michele Zamparelli ed appartiene all’Associazione Italiana Arbitri di Calcio da 55 anni.
“Quando lei ha iniziato ad arbitrare, erano al culmine della carriera Monti, Lo Bello ed altri, i quali lasciarono poi il posto ai vari Casarin, Agnolin e Lattanzi. Tutti questi che ho nominato parevano godere di maggior riguardo da parte dei calciatori rispetto agli arbitri odierni. Lei come la vede?”
“Certo, godevano di maggior riguardo da parte dei calciatori perché erano dei grandi arbitri. Grandi personalità che purtroppo oggi non esistono più. Questo lo noto specialmente osservando le nuove leve, i giovani, che non hanno polso, non hanno carattere ed educazione sociale. All’epoca, gli arbitri che mi hai citato erano dei punti di riferimento, sia in Italia che in Europa, quotati a livello internazionale. Potrei persino definirli maestri di vita. Ho avuto modo di conoscere molti di loro già a partire dagli anni 70, in occasione di trasferte italiane e raduni arbitrali a Coverciano dove avvenivano incontri tecnici e scambi di idee sempre formativi e costruttivi.”
“In relazione ai suoi tempi, quanto è cambiato il mestiere dell’arbitro indipendentemente dal fatto che oggi può essere considerato un professionista rispetto a ieri?”
“Molto. Noi facevamo gli arbitri principalmente per hobby, per uscire di casa e per viaggiare. Infatti grazie a questa opportunità sono arrivato a visitare quasi tutta l’Italia da nord a sud. Era un po’ un divertimento. Oggi, invece, il professionismo arbitrale, che comunque si riferisce alle Vette, le Serie A e B, tende a chiudere questi arbitri in una nicchia e li estrae da un contorno di rapporti di colleganza con gli altri dato che a mala pena frequentano le sezioni a causa dei loro svariati e gravosi impegni che li occupano per l’intera settimana. In compenso hanno dei rimborsi e contratti notevoli.”
“Cosa ne pensa del VAR?”
“È sicuramente un ottimo strumento tecnico che però ha bisogno di essere codificato meglio di come lo è ora. Adesso tende a lasciare troppo spazio a contestazioni. Ciononostante, il Var ha un protocollo di intervento e non può intervenire sempre perché la UEFA, il massimo organismo europeo, ha dato delle istruzioni ben precise in merito. In questo caso come anche in altri, gli arbitri sono degli esecutori. Possono intervenire con il Var solo in determinate situazioni di gioco.”
“Secondo lei, la classe arbitrale potrebbe subire una sorta sudditanza psicologica da parte delle squadre più titolate?”
“Questo è un vecchio tema che si può ricollegare ai miei tempi, quando gli arbitri erano figure di una certa rilevanza oltre che dotati di una grande preparazione tecnica. Persone di carattere insomma. Non credo però che ci siano questioni di sudditanza né a livello regionale né in Serie A. Lo escludo. Ricordati sempre che la squadra vincitrice loda l’arbitro, quella che perde lo mortifica. Sostanzialmente, come in tutte le cose, ci si trova in mezzo a due fazioni: una favorevole ed una contraria. Comunque, in campo, l’arbitro ha bisogno di tranquillità per svolgere al meglio il suo lavoro.”
“Ci può raccontare un aneddoto che non ha mai potuto dimenticare nel bene o nel male?”
“Ho arbitrato 450 partite e ricoperto la funzione di osservatore commissario in circa 600, ma ciò che mi ha segnato maggiormente è stato l’ultimo incontro a Perugia con il calciatore Renato Curi, la domenica prima della sua tragica scomparsa. ” Mi dice con la voce rotta dall’emozione. “Lo conoscevo bene. Siamo nati a Pescara nello stesso rione e siamo cresciuti al Collegio Aterno giocando a pallone nel campetto adiacente.”
