Nelle ultime lezioni di letteratura italiana, abbiamo dialogato molto sul ruolo che la donna ha nella poesia del Trecento. Allora la donna era intesa musa ispiratrice del poeta, ma non aveva voce propria. Quella donna non parla in prima persona: è descritta, lodata, contemplata, ma non si esprime. Nella poesia di Petrarca e Dante, Laura e Beatrice rappresentano un esempio evidente di questo: in Dante, Beatrice è angelo, guida spirituale, simbolo di perfezione; in Petrarca, Laura è sì bella, ma irraggiungibile. Entrambe sono figure perfette, senza errori, senza desideri. Questa idealizzazione, certo non rappresenta riconoscimento della donna come persona, anzi.
Paragonare la donna a un angelo significa infatti privarla di caratteristiche fondamentali dell’essere umano: l’angelo non sbaglia perché non agisce; non ha dubbi, perché non ha da prendere decisioni. La donna del Trecento è “vista”, ammirata ma non compresa; occupa un posto centrale nella poesia, ma non nella realtà sociale e culturale del tempo, dove rimane nell’ombra, esclusa dall’istruzione e dalla possibilità di esprimersi liberamente.
Oggi come ieri, la donna rischia di essere definita più per quello che ci si figura che sia, piuttosto che per come realmente è. Ancora oggi infatti, nella quotidiana vita comune, nel mondo del lavoro, nelle carriere politiche molte donne, che siano famose o meno, sono “giudicate” più per il loro aspetto fisico che per le loro capacità. Il commento, negativo o positivo, spesso ha poco o nulla a che vedere con il loro valore di persona. Questo succede a donne talentuose nei più diversi ambiti: negli spazi condivisi a vario titolo, in contesti di vita circoscritti e per così dire ordinari così come durante importanti eventi, dove il fatto assume maggior eclatanza. E così accade che l’apparire prenda il sopravvento sull’essere: Big mama, Emma Marrone, Elodie, Annalisa (e si potrebbe proseguire in un lungo elenco di esempi), portano arte sul palco, ma colpiscono e suscitano il discutibile giudizio di molti che si soffermano solo su ciò che “appare”, sia quando concordano sia quando discordano.
Ancora oggi, insomma, la donna viene cioè spesso considerata in modo superficiale, prima di essere realmente “guardata” e non solo “vista”, “ascoltata” e non solo “udita”.
Ma, per fortuna, seppur lentamente e con fatica, il ruolo della donna all’interno della società comincia a cambiare. Oggi la donna non vuole più essere soltanto oggetto di ispirazione, ma soggetto che racconta se stessa. Vuole poter parlare in prima persona, scrivere, esprimere il proprio punto di vista e costruire la propria identità, non essere luce e silenzio, ma voce e scelta, presenza reale, imperfetta, ma vera.
In questo passaggio dall’essere musa all’essere persona consiste una grande conquista storica e culturale. La donna oggi si rifiuta di rappresentare un ideale irraggiungibile di perfezione e vuole mostrarsi per ciò che è: complessa, contraddittoria, legittimata a sbagliare e a cambiare. L’imperfezione, difetto di un tempo, può invece diventare segno di verità e di umanità.
Tuttavia la strada da percorrere è lunga e non si potrà parlare di un’emancipazione realizzata fintanto che la società sarà gravata da stereotipi persistenti che impongono alla donna di soddisfare modelli ideali difficili da accettare, come quelli relativi all’aspetto estetico, che comunque continua ad essere uno dei principali strumenti di giudizio.
Se la donna conquista la propria voce, ma resta costante nella società la tendenza a far finta di non sentirla se non come lontana eco, l’unica cosa da fare è continuare a fare rumore, per dare giustizia a tutte quelle voci femminili che in passato sono state spente e silenziate.
Letizia Filippone

