Non dimentichiamo… raccontare la Shoah attraverso la poesia

Rubrica di letteratura a cura di Stefano Maria Simone

Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa impegnate in Polonia nell’offensiva Vistola-Oder, durante la fase finale della seconda guerra mondiale, giunsero presso la città di Oświęcim, nota in tedesco come Auschwitz. Qui, la 60ª Armata del “1º Fronte ucraino” guidata dal maresciallo Ivan Konev, fece una drammatica scoperta: la presenza, poco distante dal centro abitato, di un campo di concentramento, ovvero quello di Auschwitz. Quando i soldati entrarono nel lager, ormai abbandonato da una decina di giorni dai nazisti e da tutti quei prigionieri sani che erano stati costretti a seguirli in ciò che la Storia tende a definire una “marcia della morte”, videro dinnanzi a loro 7000 deportati ancora in vita ma in pessime condizioni di salute dovute a gravi stati di malnutrizione e di malattia. Come accennato sopra, i carnefici, colti di sorpresa dall’avanzata sovietica verso la Germania, avevano cercato di occultare qualsiasi prova che avrebbe potuto rivelare lo sterminio, distruggendo ad esempio il grande crematorio impiegato per incenerire i cadaveri dei prigionieri, per poi fuggire e lasciare in balia dell’inverno i sopravvissuti più deboli.
Il 27 gennaio di ogni anno, commemoriamo le vittime di questo tragico episodio della storia contemporanea, la Shoah, avvalendoci delle testimonianze dei superstiti, per evitare, grazie al potere del ricordo, che si verifichino nuovamente situazioni simili. Alcuni anni fa, lessi una frase emblematica dello scrittore, drammaturgo e critico letterario statunitense William Clark Styron, celebre autore del romanzo “La scelta di Sophie” ed incentrato proprio su una donna polacca scampata alle atrocità del Lager, che diceva pressappoco così:“La domanda: ditemi dov’era Dio, ad Auschwitz? La risposta: E l’uomo dov’era?” Un’affermazione che non può non far riflettere e che racchiude dentro di sé la chiave di volta di un tale abominio: la totale mancanza di umanità. Secondo il mio modesto parere, credo che sia necessario, soprattutto nella dura epoca che stiamo affrontando, tornare a mettersi nei panni dell’altro, imparare a rispettare ciò che non si conosce e a tutelare chi rappresenta una minoranza. Non è possibile parlare di cultura nel momento in cui la stessa diventa fautrice di aggressività e repressione ma soltanto di pura ignoranza. La vera cultura, invece, è fatta di inclusione e continua curiosità oltre che ricerca. C’è una famosa massima latina del commediografo Terenzio, tratta dalla composizione teatrale “Heautontimorùmenos” (il punitore di sé stesso), che riassume in poche parole quanto ho appena detto:”Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, che si traduce:”Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me.”
Nell’intervento di oggi, vorrei trattare la tematica dell’Olocausto attraverso tre poesie che ne rappresentano aspetti significativi: “Se questo è un uomo” di Primo Levi, “Un paio di scarpette rosse” di Joyce Lussu e “La farfalla” di Pavel Friedman. Iniziamo con la prima:

SE QUESTO È UN UOMO
di Primo Levi
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

La lirica, posta in apertura dell’omonima opera memorialistica di Primo Levi che narra della sua permanenza presso il campo di Auschwitz, attua una sorta di denuncia nei confronti di tutte quelle persone che non si erano opposte e che nemmeno avevano impedito l’eccidio ebraico oltre che descrivere, con l’utilizzo di immagini evocative, la quotidianità dei deportati nei lager. I primi versi, infatti, fanno riferimento a chi trascorre la propria vita come se nulla fosse, addirittura dando per scontato alcune comodità domestiche quali il sentirsi sicuro in una casa adeguatamente temperata ed un pasto caldo pronto ad attenderlo dopo il lavoro insieme a volti familiari di moglie, figli, amici e parenti. Tutto ciò che lo scrittore si è visto privare sotto i suoi occhi. Egli, prosegue quindi con il presentare al lettore la sofferenza che lui stesso ha subito, costretto a faticare nel fango senza tregua, nutrito con poco e sempre vicino alla morte. Non più un uomo ma una bestia da macello. Si concentra poi sulla condizione femminile nei campi. Le donne hanno i capelli rasati ed un numero identificativo tatuato a caldo sulla pelle viva delle loro braccia ne ha sostituito il nome. Non è più concesso essere umani ma solo sbiadite forme. In ultimo, Primo Levi, si rivolge al lettore esortandolo a riflettere su quanto è accaduto affinché le atrocità commesse dai nazisti non si possano ripalesare ai danni di alcuno.
La seconda poesia, invece, composta dalla scrittrice e partigiana italiana Joyce Lussu, si incentra sul crimine peggiore di tutti: l’infanticidio.

UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE
di Joyce Lussu
C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

In questo componimento, la poetessa, si sofferma su un paio di piccole scarpe rosse acquistate da poco, di numero ventiquattro e di marca tedesca “Schulze Monaco”, abbandonate insieme ad altre calzature simili nel lager di Buchenwald. Ella ipotizza che possano essere appartenute ad un bambino di circa tre anni e mezzo, il cui corpo è stato bruciato in un forno crematorio perché ritenuto non idoneo al lavoro da svolgere nel campo dai nazisti. Le sue piccole scarpe resteranno per sempre tali e nuove perché “i piedini dei bambini morti non crescono” e “non consumano le suole”. Con questi ultimi versi, notiamo come l’attenzione si sposti da un singolo e specifico bambino del quale non possiamo immaginare il colore degli occhi ma solo il suo pianto, ad una collettività più ampia e generica di bambini morti prematuramente nelle camere a gas. A differenza della lirica precedente di Primo Levi, nel finale non è presente alcun ammonimento al lettore e dal tono impiegato, non viene percepita rabbia o un senso di condanna ma tanta malinconia.
Per concludere il mio intervento, vi mostro una poesia davvero toccante di Pavel Friedman scritta su un pezzo di carta nel campo di concentramento di Theresienstadt e incentrata sul tema della libertà. Essa è come una farfalla gialla che vola ovunque voglia andare. L’autore di questo componimento aspira a raggiungerla pur cosciente che non accadrà perché di farfalle, nella sua prigione, non ve ne sono.
LA FARFALLA
di Pavel Friedman
L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
L’ultima
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere del castagno
nel cortile.
Ma qui non ho visto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

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