Rubrica di letteratura di Stefano Maria Simone
Oggi, per la rubrica di letteratura, vorrei parlarvi di un personaggio alquanto bizzarro e affascinante nato dalla penna dello scrittore inglese Lewis Carroll: il Cappellaio matto. Una figura entrata ormai a pieno titolo nella cultura popolare grazie alle numerose trasposizioni cinematografiche, quella disneyana in primis.
Egli compare per la prima volta nel settimo capitolo del celebre romanzo del 1865, “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” per poi fare un breve ritorno nel suo seguito, “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”. Leggendo con attenzione i brani che lo riguardano, possiamo notare come l’autore non faccia mai riferimento a lui con l’epiteto più noto ma soltanto con un generico “Cappellaio”, in inglese “Hatter” o utilizzando il diminutivo “Hatta” dal medesimo significato. Sebbene appaia fisicamente a partire dal già citato settimo capitolo intitolato proprio “Un tè da matti”, viene menzionato in quello precedente durante il surreale dialogo tra la protagonista Alice ed il Gatto del Cheshire. Ella, dopo aver inseguito un coniglio bianco munito di panciotto e orologio da tasca fin dentro alla sua tana per soddisfare una pura curiosità personale relativa alla natura di quest’ultimo ed essere finita in un mondo parallelo, il Paese delle Meraviglie, dove ogni principio razionale viene messo costantemente in discussione da paradossi, nonsensi e situazioni al limite dell’assurdo, si ritrova a vagare nello stesso alla ricerca del roditore. Qui incontra svariati personaggi altrettanto singolari tra cui il Gatto del Cheshire, un’inquietante felino che ha l’abitudine di mostrare un sorriso perenne al proprio interlocutore e di svanire nel nulla in qualsiasi momento. Alice se ne imbatte in una foresta, nonostante l’abbia già visto poco prima nella cucina della “Duchessa brutta”. In quell’occasione, Lewis Carroll ce lo presenta come ”Un grosso gatto che era seduto sul focolare e che sorrideva da un orecchio all’altro”. Tale caratteristica colpisce immediatamente Alice, tanto che domanda alla sua proprietaria:”Perché il vostro gatto sorride così?”
“È un gatto del Cheshire.” le risponde lapidaria la Duchessa come se fosse ovvio. L’autore, nell’inventare un’essere simile si ispirò probabilmente ad alcune leggende popolari inglesi relative a felini dotati di poteri sovrannaturali e forse anche al Gatto Mammone. Esso è un’animale immaginario legato alla tradizione fiabesca del quale esistono tracce perfino in testi molto antichi. Lo storico italiano Pietro Martire D’Anghiera, nel libro primo dell’ “Historia de l’Indie Occidentali” redatto nel 1534 e cronaca annalistica sulla conquista dell’America Latina, scrive “In questo luogo videro un nuovo animale quasi mostruoso, perché haveva il corpo ed il muso di volpe, e la groppa e li piedi drieto di gatto mammone, e quelli davanti quasi come la mano del huomo.” È quindi una creatura ben nota che assume appunto la forma di un gatto terrificante, animale che nei bestiari medievali viene considerato quale manifestazione del demonio. Il termine mammone, invece, deriva dall’arabo مَيْمُون (maymūn) con il significato di scimmia e dall’espressione aramaica “Mammona” riferita comunemente, in senso negativo, alla personificazione della ricchezza e al diavolo. Il teologo francese Niccolò di Lira afferma che “Mammon est nomen daemonis” ovvero “Mammona è il nome di un demonio” similmente a quanto dicono San Gregorio di Nissa e Santa Francesca Romana. Altre possibili ipotesi di ispirazione risultano essere un intaglio o un gargoyle presente in una chiesa britannica. Tuttavia, la più plausibile risiederebbe nel modo di dire tipicamente inglese “To grin like a Cheshire cat”, cioè “Sorridere come un gatto del Cheshire”. La locuzione sta ad indicare un sorriso talmente largo da lasciare tutti i denti scoperti. L’origine, però, è sconosciuta. Non appena Alice lo incrocia per la seconda volta, lo nota appollaiato sul ramo di un albero mentre esso la scruta ghignante dall’alto come se fosse una preda pur mantenendo una parvenza di pacatezza. Lewis Carroll scrive:”Il Gatto si limitò a sorridere quando vide Alice. Sembrò avere un carattere mite, pensò lei; certo, però, aveva artigli molto lunghi e moltissimi denti, quindi sentì che doveva trattarlo con rispetto.” Senza dubbio Alice ne è al contempo intimorita ed attratta. Si è persa ad un bivio in una foresta fitta e quella potrebbe essere l’unica occasione di imboccare la direzione giusta. Sa bene che si trova dinnanzi ad una figura ambigua e dalla dubbia morale ma alla fine decide di fidarsi. “Mi diresti, per favore, che strada dovrei prendere da qui?” gli domanda.
”Dipende più che altro da dove vuoi andare,” risponde il Gatto.
”Non mi interessa tanto dove…” replica Alice.
”Allora una strada vale l’altra,” continua il Gatto.
”Basta che arrivi da qualche parte,” aggiunge Alice.
“Oh, ci arriverai di sicuro,” prosegue il Gatto, “se cammini abbastanza a lungo.”
In questo passaggio, il felino risulta essere più un ostacolo che una salvezza. Le chiavi di lettura sono sostanzialmente due: il Gatto o mette volutamente in difficoltà la protagonista con un certo tocco di sadismo quasi godesse nel fingere di aiutarla o si comporta così solo per indurla a ragionare e cercare per conto suo la soluzione migliore. È facoltà del lettore scegliere quella che ritiene la più adatta. Il brano, poi, procede con il primo accenno al Cappellaio e alla propria condizione psichica:”Alice sentì che tale affermazione non poteva essere contraddetta, così provò con un’altra domanda: “Che tipo di gente abita da queste parti?”
“In quella direzione,” disse il Gatto, agitando la sua zampa destra, “vive un Cappellaio; e in quella direzione,” agitando l’altra zampa, “vive una Lepre Marzolina. Visita quello che preferisci: tanto sono entrambi matti.”
“Ma io non voglio andare in mezzo ai matti,” si lamentò Alice.
“Oh, non hai altra scelta,” disse il Gatto: “qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.”
“Come lo sai che sono matta?” disse Alice.
“Devi esserlo,” disse il Gatto, “altrimenti non saresti venuta qua.”
Alice non pensava che questo bastasse a dimostrarlo; ad ogni modo, andò avanti “E come sai di essere matto?”
“Per iniziare,” disse il Gatto, “un cane non è matto. Concordi?”
“Immagino sia così,” disse Alice.
“Bene, allora,” il Gatto andò avanti, “vedi, un cane ringhia quando è arrabbiato, e scodinzola quando è felice. Io ringhio quando sono felice, e agito la coda quando sono arrabbiato. Quindi sono matto.”
“Io lo chiamo fare le fusa, non ringhiare,” disse Alice.
“Chiamalo come preferisci,” disse il Gatto.
Ciò che si percepisce è che la creatura è tutto fuorché matta. Il ragionamento, pur paradossale, risulta corretto. Ha una concezione sbagliata di sé oppure è quello che vuole farci credere? Nulla è per caso nel Paese delle Meraviglie. Insomma, il Gatto del Cheshire è una figura ben costruita che non cessa di esercitare il suo fascino neppure sul lettore.
Nel capitolo successivo, ecco che finalmente compare il Cappellaio matto. Alice decide di recarsi dalla Lepre Marzolina ritenendola meno folle dell’artigiano e resta sorpresa nel cogliere proprio quest’ultimo nel bel mezzo di una degustazione di tè insieme alla Lepre e ad un Ghiro addormentato. I tre sono seduti ad una lunga tavola apparecchiata sotto l’albero situato davanti alla casa del roditore. Lewis Carroll non ce ne fornisce una descrizione fisica ma solo comportamentale. Per l’aspetto dobbiamo accontentarci dell’illustrazione realizzata da John Tenniel. Il nome del personaggio si rifà ad un modo di dire particolarmente diffuso nell’Inghilterra Vittoriana, ossia “Mad as a hatter” (“Matto come un cappellaio”). Ciò deriverebbe dal fatto che i cappellai erano soliti lavorare il materiale atto alla realizzazione dei copricapi con l’utilizzo del mercurio, una sostanza tossica che permetteva loro di ottenere, grazie all’indurimento delle fibre dei tessuti impiegati, un feltro di qualità superiore. Questo, però, conduceva a deleteri effetti collaterali sugli artigiani che lo maneggiavano, come ad esempio tremori, disturbi del linguaggio, allucinazioni, instabilità emotiva e la comparsa di macchie arancioni sulla pelle. Nel romanzo egli non svolge più la sua professione ma né l’autore né quantomeno il personaggio ce ne forniscono una spiegazione. Egli è tuttavia condannato, alla pari dei suoi due compagni, ad un’eterna “ora del tè”. In un brano significativo del settimo capitolo, nel quale è importante la surreale riflessione sul ruolo e sulla funzione del tempo, ci viene presentata la motivazione che sta alla base di tale punizione:
“Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. “Che giorno del mese abbiamo?” disse, volgendosi ad Alice, mentre prendeva l’orologio dal taschino, e lo guardava con un certo turbamento, scuotendolo di tempo in tempo, e appoggiandolo all’orecchio.
Alice pensò un poco, e rispose, “Il quattro del mese.”
“Ritarda di due giorni!” osservò sospirando il Cappellaio. “Te lo dissi che il burro non avrebbe giovato al movimento!” soggiunse, guardando rabbiosamente la Lepre Marzolina.
“Era del miglior burro,” rispose sommessamente la Lepre Marzolina.
“Sì, ma devono esserci entrate anche delle briciole di pane,” borbottò il Cappellaio: “non dovevi metterlo dentro col coltello del pane.”
La Lepre Marzolina prese l’orologio e lo guardò mestamente: poi lo tuffò nella sua tazza di tè e lo guardò di nuovo: ma non potette far altro che ripetere l’osservazione fatta pur dianzi: “Era del miglior burro che si potesse avere, sapete.”
Alice intanto lo guardava, con un poco di curiosità, di sopra le spalle, e disse, “Che curioso orologio! Indica i giorni del mese, e non già le ore del giorno!”
“Perchè no?” sclamò il Cappellaio. “Che forse il suo orologio le dice in che anno viviamo?”
“No davvero,” si affrettò a rispondere Alice, “perchè l’orologio segna lo stesso anno per molto tempo.”
“Ciò che appunto accade al mio,” rispose il Cappellaio.
Alice provò un momento di grave imbarazzo. Le parea che l’osservazione del Cappellaio non avesse senso di sorta, eppure parlava correttamente. “Non la comprendo bene,” disse con molta delicatezza. [….]
“Se lei conoscesse il Tempo come lo conosco io,” rispose il Cappellaio, “non direbbe che noi ne perdiamo. Non si tratta di me, ma di lui.”
“Non so che ella si dica,” osservò Alice.
“Sicuro, nol sa!” disse il Cappellaio, scuotendo il capo con un’aria di disprezzo. “Scommetto che lei non ha mai parlato col tempo!”
“Forse no,” rispose prudentemente Alice; “ma so che debbo battere il tempo quando imparo la musica.”
“Ah! e questo spiega tutto,” disse il Cappellaio. “Lui non vuol essere battuto. Se lei non si bisticciasse con lui, egli farebbe dell’orologio ciò che ella vuole. Per esempio, supponga che siano le nove della mattina, ch’è l’ora per le lezioni: basterebbe ch’ella bisbigliasse una parolina al Tempo, e subito girerebbe la lancetta! Mezzo dì, l’ora del desinare!”
(“Vorrei che fosse,” bisbigliò la Lepre Marzolina.)
“Sarebbe magnifica, davvero,” disse Alice, pensierosa: “ma non avrei fame a quell’ora, capisce.”
“Da principio forse, nò,” riprese il Cappellaio: “ma lei potrebbe fermarlo sul tocco e mezzo, quando vorrebbe.”
“Ed ella fa così?” domandò Alice.
Il Cappellaio scosse la testa mestamente e rispose. “Io no! Ci siamo bisticciati nello scorso marzo — proprio quando ella divenne matta — ” (ed indicò col cucchiaino la Lepre Marzolina), “— già, fu al gran concerto dato dalla Regina di Cuori: — ivi dovetti cantare:
Brilla, brilla pipistrello,
cosa mai tu fai di bello?
“Conosce lei quest’aria?”
“Ho sentito qualche cosa che le rassomiglia,” rispose Alice.
“La va di questo verso,” continuò il Cappellaio:
Te ne voli sopra il mondo
come un piatto tutto tondo.
Brilla, brilla…”
Giunto quì, il Ghiro si dette una scossetta, e cominciò a cantare in mezzo al sonno “Brilla, brilla — ” e via, via andò innanzi, sino a che gli si dovettero dare de’ pizzicotti per farlo tacere.
“Ebbene, aveva appena finito di cantare la prima quartina,” disse il Cappellaio, “che la Regina proruppe furiosa, ‘Egli sta assassinando il tempo! Tagliategli il capo!’”
“Terribilmente feroce!” sclamò Alice.
“D’allora in poi,” continuò mestamente il Cappellaio, “non ha voluto più far quel che io gli chiedo! Segna sempre le sei.”
Un’idea luminosa colpì Alice, e domandò: “È questa forse la ragione per cui vi sono tante tazze apparecchiate?”
“Proprio così,” rispose il Cappellaio, con un sospiro: “è sempre l’ora del tè, e non abbiamo mai tempo di risciaquare le tazze.”
Nelle lessie prese in esame è evidente quanto una dimensione di atemporalità che circonda i tre personaggi ne condizioni l’esistenza in ogni minimo aspetto. Sono bloccati e non possono porvi rimedio in alcun modo. Sottomessi ad un isolamento coatto e completamente alienati dalla società che li circonda. Hanno disimparato come relazionarsi con gli altri. Ecco perché quando vedono Alice avvicinarsi al loro tavolo, le si avventano veementi gridando “Non c’è posto! Non c’è posto!” nonostante ce ne sia in abbondanza. Consci della propria mancanza, tentano invano di scacciarla in malo modo. E non appena la bambina decide comunque di unirsi al convito, incominciano a porle delle domande scortesi, sintomo lampante della nuova condizione di regressione che li affligge:
“Vuole del vino?” disse la Lepre-marzolina con modo attraente.
Alice guardò sulla tavola, e vide che non c’era altro che tè. “Non vedo vino,” osservò essa.
“Non ce n’è,” replicò la Lepre-marzolina.
“Ma allora non è stato molto gentile da parte vostra, offrirmi da bere quel che non ha,” disse Alice sdegnosamente.
“Come non fu molto educato da parte tua di sedersi qui senz’essere invitata,” osservò la Lepre-marzolina.
“Non sapevo che la tavola appartenesse a voi,” rispose Alice, “è apparecchiata per più di tre.”
“Dovrebbe farsi tagliare i capelli,” disse il Cappellaio. Egli aveva osservato Alice per qualche istante, e con molta curiosità, e furon quelle le prime parole che proferì.
“E voi dovreste imparare a non fare osservazioni personali,” disse Alice con una certa severità, “è una cosa davvero maleducata!”

