In un’epoca in cui l’informazione corre veloce, spesso scivolando in superficie, esistono ancora figure che custodiscono un modo di fare giornalismo lento, profondo, radicato nella comunità e nella memoria collettiva. Tra queste, Domenico De Simone – per tutti “Mimmo” – rappresenta un punto fermo nella storia culturale di Chieti e dell’intero Abruzzo. Uomo di rara discrezione e di altrettanto rara longevità professionale, il suo nome è da decenni legato a due mondi solo in apparenza distanti: quello della visione e quello della narrazione. Da un lato l’ottico, erede di un’attività familiare attiva dal 1959 in Corso Marrucino; dall’altro il giornalista, il cronista appassionato, il direttore del più antico settimanale cattolico della diocesi, Il Nuovo Amico del Popolo, che continua a guidare con umiltà, rigore e tenacia, nel solco di una tradizione prestigiosa. La biografia di Domenico attraversa sessant’anni di giornalismo italiano: dall’infanzia segnata da un maestro illuminato che incoraggiava la produzione dei giornalini scolastici, al precoce ingresso – appena quindicenne – nella redazione pescarese de Il Mattino di Napoli; dalle vivaci esperienze nelle realtà di provincia, come La Voce di Fossacesia, alle collaborazioni con testate di tradizione, fino alla formazione accanto a grandi figure del settore: da Eliseo Sarno a don Mario Di Cola, fino a personalità legate alla cerchia di Enzo Biagi. Con la sua calma cordiale e l’esattezza dell’artigiano – qualità che accomunano ottici e veri giornalisti – Mimmo ha attraversato epoche, trasformazioni, crisi e rinascite. Ha visto il passaggio dal cartaceo al digitale, l’evoluzione dei linguaggi, i mutamenti della città, della società e della Chiesa. E nonostante tutto continua a credere nel potere formativo della parola scritta, nel valore delle storie, nella responsabilità del racconto. Oggi dirige un giornale che non è solo una testata, ma un presidio culturale, un archivio diocesano vivente e un luogo di dialogo tra fede e vita civile. Questo impegno trova un sostegno decisivo nella presenza del Vescovo Bruno Forte, figura di respiro internazionale e comunicatore di straordinaria autorevolezza, le cui capacità sono riconosciute in tutto il mondo. Mons. Forte non è soltanto un punto di riferimento spirituale: è il motore trainante del giornale, grazie alla profondità dei suoi interventi e alla sua capacità di orientare, ispirare e dare visione. La sua parola guida e illumina, contribuendo in modo essenziale all’identità stessa del settimanale e offrendo a Mimmo un orizzonte più ampio entro cui leggere e valorizzare il proprio lavoro quotidiano. In questa lunga conversazione, più simile a un racconto che a un’intervista formale, Domenico ripercorre la sua storia, i suoi valori e le sue scelte, rivelando il dietro le quinte di un mestiere che ha cambiato mille forme, ma che per lui resta innanzitutto un atto d’amore verso la comunità. Ne emerge il ritratto di un uomo che non ha mai cercato i riflettori, ma che ha sempre saputo illuminarli per gli altri; un uomo che crede che il giornale debba formare i giovani – perché il futuro dell’informazione passa da loro – e che si sente, prima di tutto, un servitore della città.
D. Domenico, come nasce esattamente la tua passione per il giornalismo?
R. La passione nasce molto presto, direi quasi naturalmente, come qualcosa che era già dentro di me. Alla scuola elementare, grazie al maestro Vincenzo Carozza – un insegnante straordinario, amatissimo a Chieti e grande promotore dei giornalini scolastici – scrissi il mio primo articolo. Avevo dieci anni, ma già provavo il gusto della curiosità, della ricerca, del bisogno di raccontare. La curiosità è stata la mia spinta costante: non riuscivo a stare fermo, volevo capire, sapere, osservare tutto. Questa predisposizione innata mi portò, a soli quindici anni, a entrare nella redazione pescarese de Il Mattino di Napoli. Un’esperienza che mi ha segnato per sempre, perché entrare in una redazione vera, così giovane, significò respirare subito la professionalità, la disciplina, il rigore del mestiere.
D. Che cosa ricordi del tuo primo grande maestro, Eliseo Sarno?
R. Sarno è stato determinante nella mia formazione. Dirigeva da solo la piccola redazione regionale del Mattino, ed era una persona che sapeva insegnare senza fare lezioni, semplicemente attraverso il lavoro. Aveva un metodo geniale: ti lasciava scrivere il pezzo e, se lo correggeva subito e te lo riconsegnava, voleva dire che non sarebbe stato pubblicato, ma che era comunque un esercizio utile. Se invece lo pubblicava, tu scoprivi le sue correzioni direttamente in pagina. Era una vera scuola, non solo tecnica ma umana, perché lui conosceva la città palmo per palmo: sapeva chi arrivava in ritardo alle conferenze, chi aveva una certa abitudine, quali luoghi nascondevano le storie più interessanti. Da lui ho imparato che il giornalismo è osservazione, ascolto e presenza costante nella comunità.
D. Dopo quell’esperienza, il tuo percorso ha seguito strade diverse. Quali sono state le tappe più importanti?
R. Ho fatto un passo importante scegliendo di completare una formazione professionale in ottica presso l’Istituto Professionale per Ottici di Pieve di Cadore, al centro del polo dell’occhialeria italiana. Cosa che mi allontanò temporaneamente dal giornalismo. Ma la scrittura mi ha sempre richiamato. Così ricominciai a occuparmi di ambiente su varie testate regionali e intensificai l’attività con il WWF, di cui fui tra i fondatori del WWF Abruzzo. Come optometrista svolsi, qualche anno dopo, una ricerca sul rapporto visione – ambiente, pubblicata sulla Rivista Italiana di Optometria, basata su un’indagine condotta nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise che evidenziava i benefici dell’ambiente sul sistema visivo. Poi ci fu la bellissima esperienza con La Voce di Fossacesia, un giornale che definirei quasi “romantico”, nato per raccontare ai canadesi di origine fossacesiana i trionfi del grande ciclista Alessandro Fantini. Li ho visto la redazione artigianale, quella vera: il direttore, Aurelio Marrone, scriveva, stampava, impaginava. Era un giornale profumato d’inchiostro e passione.
D. Nel tuo percorso incontri anche figure legate al grande giornalismo nazionale. Chi sono stati i tuoi maestri successivi?
R. Ho avuto la fortuna di collaborare, nel settore ottico, con il periodico “Ottica Italiana”, una rivista che aveva come caporedattrice una ex segretaria di redazione di Enzo Biagi, una donna di altissima competenza giornalistica. Da lei ho imparato l’attenzione alla parola, la precisione, la pulizia dello stile. E poi è arrivato l’ultimo dei miei maestri: don Mario Di Cola, il direttore storico dell’Amico del Popolo. Un uomo di un’intelligenza profonda, di una cultura impressionante, che ha dedicato sessant’anni della sua vita al giornale. Ogni settimana andavo da lui: faceva il layout del giornale a mano, conosceva tutta la diocesi come un padre conosce i suoi figli. Con lui ho capito quanto un giornale possa essere servizio, ascolto, missione.
D. Come sei diventato direttore del giornale dopo don Di Cola?
R. Dopo la sua morte, nel 2008, il giornale attraversò una fase di transizione. Poi, nel 2010, il Vescovo – Sua eccellenza Mons. Forte – mi propose la direzione editoriale. Io inizialmente ero titubante: non mi sono mai considerato il più adatto, né ho mai ambito a ruoli di prestigio. Ho sempre preferito stare “in mezzo alla gente”, non sopra. Ma il Vescovo insistette, e capii che forse don Di Cola aveva indicato il mio nome, come segno di continuità. Così accettai, con spirito di servizio e con la consapevolezza che si trattava di una grande responsabilità verso la città e verso la diocesi. Nel 2014, dopo la morte improvvisa di monsignor Bonifacio Mariani divenni direttore responsabile.
D. Quali innovazioni hai portato a Il Nuovo Amico del Popolo?
R. La prima innovazione è stata l’introduzione delle interviste, che prima non erano parte della tradizione del giornale. Ho cercato di dare più voce alle persone, perché credo che siano le storie, più dei comunicati, a costruire il senso di una comunità. Sono cresciuto anch’io: alcuni miei articoli sono stati inseriti dalla CEI nella Memoria Covid della Chiesa italiana, ho ricevuto un premio giornalistico e sono stato scelto come rappresentante delle diocesi abruzzesi e molisane nella FISC. Sono risultati che non cercavo, ma che mi hanno dato la misura del cammino fatto.
D. Com’è oggi la salute del giornale, sia economica sia culturale?
R. La salute del giornale è buona: i costi sono contenuti grazie alla stampa interna e alla struttura digitale. Ma soprattutto il giornale è diventato un luogo di riflessione, anche grazie alla presenza di un Vescovo come mons. Forte, una figura di rilievo internazionale. I suoi interventi, richiesti anche da grandi testate, rappresentano un patrimonio intellettuale e pastorale che riteniamo importante rendere accessibile alla diocesi riportandoli integralmente. Accanto al periodico, l’attività editoriale della Curia comprende, insieme al sito, anche documenti istituzionali, brochure, libretti e altri materiali che raccontano il ministero del Vescovo e il lavoro pastorale degli uffici di Curia, contribuendo a una comunicazione diocesana più completa e organica.
D. Che futuro immagini per il giornalismo, soprattutto per i giovani che vorrebbero avvicinarsi alla professione?
R. Il futuro dipenderà da quanto riusciremo a rendere i giornali luoghi di formazione. Ai giovani bisogna dare spazio, ma anche insegnare il metodo, la curiosità e l’attenzione alla deontologia. Bisogna costruire una palestra, un ambiente in cui possano crescere e sbagliare. Le scuole di giornalismo oggi sono molte e valide: credo che la strada sia unire formazione accademica e esperienza pratica, come avveniva un tempo nelle redazioni.
D. Guardando alla città e al rapporto tra la comunità e la Chiesa, cosa osservi?
R. C’è ancora interesse, anche se diverso rispetto al passato. I numeri ci dicono che il cartaceo ha una tiratura di poche centinaia di copie, mentre il digitale è in crescita, con lettori anche dall’estero. Eventi forti, come la morte di don Panfilo Argentieri, hanno generato migliaia di visualizzazioni su tutto il web: questo significa che la gente cerca informazioni, cerca punti di riferimento, cerca approfondimento. Il giornale dovrà affiancarsi sempre di più al web, perché lì si gioca la partita del futuro.
D. Direttore, giornalista, ottico: quale ruolo ti rappresenta di più?
R. Mi sento tutte queste cose insieme, perché ogni parte di me si riflette nell’altra. L’ottico ha il rigore artigianale, il gusto del dettaglio. Il giornalista ha la curiosità, la passione. Il direttore ha la responsabilità verso la comunità. Da ogni esperienza editoriale è nato un libro: dagli occhiali nella letteratura alla effigie del Santo Bambino di Lama dei Pelini, argomento quest’ultimo su cui ho pubblicato due volumi. Ogni volta che scrivo, approfondisco un tema e scopro qualcosa di nuovo. Quanto al futuro, pensavo di lasciare quando lo farà Mons. Forte. Lui mi invita a restare. Vedrò cosa fare. Ho ancora molti progetti aperti e responsabilità da portare avanti, incluso un premio di optometria che coordino con dedizione.
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Domenico De Simone non è soltanto un testimone della storia cittadina: è un ponte vivente tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare. Nel suo sguardo convivono la precisione dell’ottico e la profondità del giornalista, la radice e l’orizzonte. Ogni sua parola restituisce il senso di un mestiere che non si improvvisa, che non si consuma nella fretta, ma che richiede cura, responsabilità e un amore ostinato per la verità.
Nel tempo dei rumori, Mimmo continua a scegliere la sostanza. Nel tempo della velocità, continua a scegliere la permanenza. Nel tempo dello smarrimento, continua a essere uno che indica la strada. Ed è per questo che Chieti – e il suo storico giornale – possono guardare al futuro con uno sguardo più limpido: lo sguardo che lui, da sempre, aiuta a mettere a fuoco.




