Il futuro di San Giustino

Ottavio Argenio

Detto così sembra quasi una mancanza di rispetto verso il Santo patrono della nostra città ma a questo punto, a porsi questa domanda sono in molti.

San Giustino non è solo la Piazza della Cattedrale, è anche sede delle più importanti istituzioni cittadine. E’ (o meglio dovrebbe tornare ad essere) sede del Comune ed è il luogo dove viene amministrata la Giustizia e per anni ha rappresentato anche il punto di arrivo e di sosta di tantissime persone che, volendo recarsi sul colle in auto, avevano bisogno di un luogo dove lasciare la vettura.

Da questo punto di vista è sempre stato considerato un luogo strategico per tanti commercianti e soprattutto per loro, anche una sorta di ancora di salvezza o di speranza.

E’ sin troppo evidente che la presenza di un cantiere che la rende inservibile, sotto molteplici punti di vista, scontenta un po’ tutti. Ma a rendere ancor più indigesta la situazione è l’incertezza. Ad oggi infatti nessuno sa quali tempi occorrono per tornare a fruire di questo luogo che, comunque lo si voglia considerare, è uno dei principali simboli di Chieti.

E’ dunque fisiologico assistere al dibattito pubblico su cosa sia più opportuno fare: se proseguire gli scavi archeologici o se invece dar corso al progetto di riqualificazione, al netto delle questioni squisitamente giuridiche che pure condiscono e animano la “querelle”.

Di certo Piazza San Giustino non può seguire le sorti di Palazzo d’Achille o del mitologico ascensore che collega il terminal a Largo Barbella. Sarebbe una sconfitta per tutti, per i cittadini,  per i commercianti del centro, per quanti vorrebbero vederla al centro di un progetto di rilancio dell’immagine di Chieti come città di cultura e prezioso scrigno di storia millenaria.

Su questa questione, più che su altre, l’amministrazione comunale è chiamata a fare immediata chiarezza.

In fondo il nodo da sciogliere non sembra essere così complicato. Basta avere un’idea più o meno precisa di come si vuole che sia la Chieti di domani. In fondo è questo che si chiede e che si vuole da chi si propone di amministrare la città: avere un’idea, proporla, e realizzarla.

Lasciare che tutto si decida al di fuori, con l’istituzione ridotta al rango di semplice spettatore, non significa dare spazio alla democrazia partecipata, significa semplicemente, non assumersi l’onere ed il coraggio di decidere.

 

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