
A Chieti, come spesso accade nelle città di provincia con una storia grande alle spalle, la politica sembra vivere più di voci che di fatti, più di suggestioni che di progettualità. È un tratto che appartiene alle comunità dove la tradizione pesa quanto il presente: ogni notizia diventa subito racconto, ogni indiscrezione si trasforma in certezza, ogni nome pronunciato in un corridoio o in un bar prende vita come se fosse già stampato su un manifesto elettorale.
Le “candidature vere o presunte” a sindaco iniziano a riempire i discorsi molto prima che la campagna elettorale si apra ufficialmente. Succede nei bar del centro, dove i tavolini diventano piccoli parlamenti; succede nelle chat di quartiere, dove il passaparola amplifica e distorce; succede nelle sezioni di partito, che restano i luoghi rituali della politica tradizionale. È un rito antico, che si ripete a ogni tornata: nomi che circolano, indiscrezioni che diventano quasi certezze, smentite che arrivano puntuali ma che, invece di spegnere il fuoco, lo alimentano. Una dinamica che a Chieti conosciamo bene, come se fosse parte integrante del nostro DNA politico.
È il nostro sport preferito, quasi un passatempo collettivo: contare i candidati veri, moltiplicarli per quelli presunti, aggiungere un paio di nomi messi in giro ad arte solo per testare il gradimento della piazza. Ne viene fuori un grande circo, un teatro a cielo aperto che dura mesi, dove tutti sono papabili e nessuno è cardinale, e dove la sensazione è che la trama conti più della sostanza.
Il copione è noto. C’è l’ex che scalpita per tornare, convinto che il tempo non abbia scalfito il suo consenso. C’è il civico che giura di non essere interessato ma intanto organizza più incontri pubblici di un ministro in tournée. C’è il giovane outsider, brandito come “nuova faccia”, salvo poi essere rapidamente bruciato dalle stesse truppe che lo avevano lanciato in prima linea. E naturalmente c’è la categoria più affollata: quella di chi non ha alcuna intenzione di candidarsi, ma non smentisce mai, perché a Chieti perfino il silenzio ha un valore politico. Qui, tacere è spesso più efficace che parlare: il non dire diventa attesa, l’attesa diventa speranza, e la speranza — vera o presunta — diventa titolo di giornale.
Eppure, dietro questo chiacchiericcio, resta in ombra la sostanza. La verità è che oggi Chieti non ha bisogno di suggestioni ma di visioni. Non servono soltanto nomi da spendere, ma idee da difendere. Ogni candidatura, sia essa solida o costruita a tavolino per tastare gli umori della città, dovrebbe partire da un interrogativo semplice ma decisivo: quale futuro immaginiamo per Chieti?
Perché le questioni da affrontare sono concrete e sotto gli occhi di tutti. Le strade dissestate che rendono difficile persino la quotidianità. Il centro storico che fatica a vivere, svuotato di negozi e iniziative, con i suoi palazzi storici che sembrano più testimoni del passato che protagonisti del presente. I giovani che scelgono di andare altrove, inseguendo opportunità che qui non trovano, lasciando dietro di sé una città sempre più anziana e stanca. Le attività economiche che arrancano tra burocrazia e mancanza di prospettive. E poi la cultura, che pure a Chieti ha radici profonde — dalle istituzioni teatrali e museali che hanno ospitato generazioni di straordinari eventi culturali, fino al patrimonio archeologico che testimonia la grandezza della città in epoca romana — ma che non sempre riesce a diventare motore di sviluppo.
Il rischio è che, ancora una volta, la discussione sulle persone — questo o quel nome, questa o quella corrente — finisca per oscurare il dibattito sui programmi. A furia di ragionare su chi “ci sarà” o “non ci sarà”, rischiamo di non accorgerci di chi davvero “ci sarà per Chieti”: chi avrà il coraggio di rimboccarsi le maniche per restituire alla città un ruolo e un’identità. Perché non basta amministrare l’ordinario: serve una visione che restituisca orgoglio a una comunità che troppe volte si è sentita marginale, pur vivendo in una città che della storia d’Abruzzo è stata culla e capitale morale.
L’auspicio è che il confronto politico sappia emanciparsi dalla dimensione del pettegolezzo e imbocchi la via della concretezza. Che le chiacchiere lascino spazio alle proposte, e i calcoli tattici cedano il passo a un progetto vero. Un sindaco non è solo un nome stampato su una scheda elettorale: è la responsabilità quotidiana di guidare una comunità, di custodirne il presente e di costruirne il futuro.
A Chieti, oggi più che mai, servono idee vere, coraggio vero e la capacità di immaginare un domani che vada oltre il chiasso delle indiscrezioni. Il resto, tutto il resto, non è politica: è soltanto rumore di fondo, il brusio di un teatro che non riesce a calare il sipario.
Bruno Di Paolo
