“Che sce’ benedette sti badante”, un’espressione che non sempre ascoltiamo da parte delle tante famiglie che hanno necessità di un aiuto nel prendersi cura dei propri cari malati, ma dai quali non si vogliono separare. Una figura presente, a volte molto poco valorizzata e un tantino guardata con diffidenza, ma in realtà simbolo concreto di un amore familiare, della propria volontà di essere unito e vivo nelle difficoltà di ogni giorno, e la cui importanza è risuonata nuovamente sul palco del Teatro Marrucino venerdì sera, grazie alla magistrale interpretazione della Compagnia “Atriana” di Atri, a conclusione della splendida rassegna di Teatro Amatoriale “Premio Marrucino 2026”.
Giancarlo Verdecchia, regista e attore della compagnia, ancora una volta offre al pubblico fedele uno spaccato di vita tradizionale abruzzese, pregna di valori e contraddizioni, ma sostanzialmente carica di quella autenticità e profondità che la rende sempre cara agli spettatori. Protagonista è una famiglia numerosa e un po’ confusionaria, nella quale il capofamiglia Gregorio si trova purtroppo su una sedia a rotelle, accudito solo dalla nuora buona e paziente, Ginevra, moglie sempre indaffarata e ignorata dal marito Fofò, nuora di Milietta, che nonostante i modi a volte un po’ bruschi nutre sincero affetto per lei, e nipote acquisita di Raffaele, anziano fratello di Gregorio, con problemi di vista e un carattere esigente. Al colmo di una crisi di nervi per la responsabilità e il poco aiuto ricevuto nell’occuparsi delle esigenze del suocero, Ginevra pretende un aiuto per entrambi, e nonostante le riottosità di Raffaele la famiglia decide di chiamare una badante. In soccorso alla situazione arriva prima Alexia, che tuttavia se ne scappa per difficoltà di comunicazione, e poi Lula, particolarmente brava con gli anziani, che suscita le reazioni un po’ troppo entusiastiche di tutti gli uomini di casa…
La regia di Giancarlo Verdecchia, autore, attore e anima della compagnia, si distingue ancora una volta per la grande sensibilità nel trattare temi delicati, coniugando il tono comico e brillante con momenti di autentica riflessione sulla condizione degli anziani, sul peso delle responsabilità familiari e sul ruolo, spesso sottovalutato, delle badanti all’interno delle famiglie moderne. Una figura non più vista come un’intrusa o una minaccia, ma come una donna competente, e persino capace di ristabilire un’armonia familiare, donando ai componenti l’aiuto e l’attenzione di cui hanno bisogno. L’eccezionale interpretazione di Annamaria Ginestra (Lula), perfetta nel suo piglio tedesco ma al tempo stesso amorevole e paziente, è stata affiancata non solo dal bravissimo Giancarlo Verdecchia, regista ma anche attore ed interprete convincente di Raffaele, ma soprattutto da Dante Fortuna, a cui va una menzione speciale per la resa veramente ammirevole di Gregorio, l’anziano costretto sulla sedia a rotelle: una prova intensa che riesce, tra la malinconia e l’ironia, a restituire dignità e umanità a una figura fragile, nuovamente piena di vita grazie alle giuste attenzioni e in grado di suscitare nel pubblico una risata amara ma anche commossa.
Accanto a lui brillano anche gli altri interpreti, ciascuno abile nel dare vita ai molteplici colori della famiglia abruzzese: dalla dolce, paziente e stremata Ginevra (la bravissima Carmela Ranalli) al marito Fofò (Fausto Verdecchia), di orientamenti sessuali poco chiari e degno caratterista della vicenda, capace di donare alla commedia un tocco particolarmente frizzante, all’apparentemente burbera ma in realtà amorevole Milietta (la simpaticissima Giulia Di Giacomantonio), con il prezioso contributo dell’iconica Lucia Piscella e dei bravi Pasquale Forcella e Maria Del Sole.
A distanza di quindici anni dalla sua nascita, “Che sce’ benedette sti badante” conserva dunque intatta la propria vitalità scenica, grazie alla sua capacità di affrontare temi ancora attualissimi in chiave comica, ma impreziosendoli di momenti di sincera commozione. Una commedia che dimostra quanto il teatro dialettale possa ancora parlare al presente, custodendo memoria, identità e valori umani universali, raccogliendo sempre un caloroso consenso del pubblico del Marrucino, e ricordandoci come il teatro, anche nella sua forma più popolare, possa diventare racconto autentico della vita quotidiana e delle sue fragilità.
