Rubrica di letteratura di Di Stefano Maria Simone
Ad ognuno di noi, almeno una volta nella vita, è capitato di sentirsi incompreso o addirittura inadeguato. Questo, senza nemmeno conoscerne il perché. È una terribile sensazione che avviluppa l’anima e la pervade di grigia malinconia, ciò che il poeta francese Charles Baudelaire definirebbe uno “Spleen”. Lo Spleen non è altro che uno stato di tristezza e di abulia interna, una sorta di malattia che costringe chi ne è affetto a patire un senso di oppressione e di distacco provocato da tutto quello che lo circonda. La sua esternazione tende a far considerare insostenibili perfino un semplice paesaggio, la città nella quale si vive e la stessa società contemporanea. Il termine deriva dalla parola greca σπλήν (splen) con il significato di “milza”. Secondo l’antica teoria ellenica degli umori, sviluppata dal medico Ippocrate di Coo, il corpo umano sarebbe governato da quattro umori che ne influenzerebbero la salute e l’infermità: il sangue, la bile gialla, il flegma (muco) e la bile nera. Quest’ultima risiederebbe proprio nella milza e simboleggerebbe quindi il malumore esistenziale.
L’autore che più di tutti ha contribuito a rendere lo Spleen, quale principale sintomo di una poesia che affacciandosi in una nuova epoca di cambiamento è destinata ad essere percepita in modo diverso rispetto al passato è senza ombra di dubbio il già citato Charles Baudelaire. Per secoli, la figura del poeta è stata vista dalla collettività come depositaria di un sapere quasi esoterico e pertanto circondata da un’aura sacrale. Egli era solitamente protetto da un patrono o da una corte di riferimento che lo ospitava e finanziava. Apprezzato e ammirato, ecco che sotto quest’egida poteva esprimere il meglio di sé senza alcun intralcio. È durante l’epoca romantica, nella prima metà dell’Ottocento, che si afferma l’immagine del “Poeta-Vate”, un individuo di genio chiamato ad interpretare l’esistenza per scandagliarla e porsi in condizione di mediatore tra il mondo sconosciuto e quello conosciuto. Parliamo di un profeta in grado di comprendere ciò che una persona comune non potrebbe e con il compito di attuare una sorta di educazione sentimentale rivolta all’intera umanità. In merito, il poeta inglese William Wordsworth, nella prefazione alle “Lyrical Ballads”, raccolta realizzata in collaborazione con il collega e amico Samuel Taylor Coleridge nel 1800, scriverà che il poeta è “Un uomo che parla ad un altro uomo: un uomo indubbiamente dotato di una sensibilità più viva, di maggiore entusiasmo e tenerezza, che ha una grande conoscenza della natura umana, e un’anima più grande di quella che si suppone appartenere di solito al genere umano; che gioisce più degli altri uomini nello spirito della vita che è in lui; che si diletta nel contemplare volontà e passioni come si manifestano nel divenire dell’universo, e che è solitamente spinto a crearle laddove egli non li trovi.”
Con l’avvento della Seconda rivoluzione industriale, a partire dal 1850, si assiste ad un rapido sviluppo tecnologico e scientifico che contribuisce all’ascesa di nuove realtà come una classe operaia ed una società borghese fondate in prevalenza sulla mercificazione e sull’assiduo consumo dei beni. Essi non riconoscono più il poeta come una guida perché lo ritengono estraneo al frenetico processo produttivo tipico della modernità. Per loro, quella del poeta è una figura inutile e ridicola, da ignorare e deridere. Non è più un profeta destinato ad essere ascoltato per recepirne gli insegnamenti ma un clown, un veggente impazzito, un Flâneur che vaga sperduto tra le affollate vie cittadine. L’aura sacra intorno a lui si è insozzata di fango ed il suo ruolo non ha più alcun valore. È sceso dal Parnaso (una montagna della Grecia legata al culto del Dio Apollo e delle Muse, divinità tipicamente accostate alla Poesia) per mescolarsi in mezzo al popolino che fatica a riconoscerlo. Tale concetto è espresso con la massima chiarezza da Baudelaire in una prosa poetica tratta dalla raccolta “Lo Spleen di Parigi”:
“Ehilà! voi qui, mio caro? Voi in un postaccio? voi, il bevitor di quintessenza, voi, il mangiator d’ambrosia?”
“C’è da essere stupito, davvero. Mio caro, sapete il terrore che ho dei cavalli e delle vetture. Prima, come attraversavo in gran fretta il viale, e saltellavo nella mota, attraverso quel mobile caos dove la morte arriva galoppando da tutte le parti
contemporaneamente, la mia aureola, in un brusco movimento, m’è
scivolata dal capo nel fango della massicciata. Non ho avuto il coraggio di raccattarla. Ho ritenuto meno spiacevole perdere le mie insegne, che non
farmi rompere l’ossa. E poi, mi sono detto, non ogni male viene per nuocere. Ora posso girare in incognito, fare delle bassezze e darmi alla crapula come i semplici mortali. Ed eccomi in tutto simile a voi, come vedete!”
“Dovreste almeno mettere un annuncio riguardo all’aureola, o farla richiedere dal commissario.”
“Assolutamente no! Mi trovo bene qui. Voi, voi solo m’avete riconosciuto. Del resto, la dignità m’è venuta a noia. Poi, mi piace il pensiero che qualche poetastro la raccatterà e se ne cingerà sfacciatamente. Far felice uno, che piacere! e soprattutto, felice uno che mi farà ridere! Pensate a X, o a Z! Sarà proprio buffo, no?”
Il brano, attraverso un breve dialogo tra l’autore ed un suo amico, ci mostra fin da subito il poeta nell’atto di ubriacarsi in un ambiente per nulla affine alla propria funzione e sensibilità: un bordello. L’amico, stupito, gli domanda come sia possibile incontrarlo in quel luogo, lui che dovrebbe nutrirsi del cibo di cui si nutrono le Divinità alle quali fornisce la voce terrena. Allora, il poeta gli risponde provocatorio di aver perso la propria aureola, scivolatagli nel fango mentre si trovava a percorrere un viale gremito di mezzi di trasporto e di pedoni. Egli non è più niente, uno come tutti gli altri. Perciò ha deciso di farsene una ragione e comportarsi alla maniera mortale gozzovigliando nei locali malfamati e passeggiando da anonimo cittadino. Ci tengo a precisare che quella dell’aureola è una metafora impiegata per indicare l’investitura poetica che secondo la tradizione letteraria avveniva grazie alla delicata azione delle Muse di posare sulla testa dell’artista una corona d’alloro o lauro. Questi poeti sono pertanto conosciuti con il nome di poeti laureati. L’autore ha smarrito la sua che presto sarà raccolta da qualcuno con l’ambizione di essere definito poeta mentre in realtà si tratta solo di un uomo comune, desideroso di riconoscimenti, affetto da manie di grandezza e che non raggiungerà mai alte vette perché del tutto incapace.
Per concludere l’intervento di oggi e fissare al meglio il concetto di poeta come emarginato sociale, vi propongo questa celebre lirica, sempre di Charles Baudelaire, tratta dalla raccolta “I Fiori del male” ed intitolata “L’Albatro”:
L’ALBATRO
di Charles Baudelaire
Spesso, per divertirsi, uomini d’equipaggio
catturano degli albatri, vasti uccelli dei mari,
che seguono, compagni indolenti di viaggio,
il solco della nave sopra gli abissi amari.
Li hanno appena posati sopra i legni dei ponti,
ed ecco quei sovrani dell’azzurro, impacciati,
le bianche e grandi ali ora penosamente
come fossero remi strascinare affannati.
L’alato viaggiatore com’è maldestro e fiacco,
lui prima così bello com’è ridicolo ora!
C’è uno che gli afferra con una pipa il becco,
c’è un altro che mima lo storpio che non vola.
Al principe dei nembi il Poeta somiglia.
Abita la tempesta e dell’arciere ride,
esule sulla terra, in mezzo a ostili grida,
con l’ali da gigante nel cammino s’impiglia.
L’Albatro è un uccello solo apparentemente goffo e semplice ma che sfoggia improvvisamente tutta la sua perfezione aerodinamica al dispiegare delle ali per librarsi leggero ed allo stesso tempo potente tra le forti correnti aeree oceaniche, riuscendo così ad ottenere una visuale più vasta della realtà. In questa lirica simbolica, il poeta viene paragonato proprio ad un Albatro, “il principe dei nembi”, perché soggetto anch’egli, come il volatile, alla derisione per il suo essere “diverso”, per il suo essere in grado di osservare il mondo e la realtà circostante secondo una prospettiva funzionale alle sue peculiarità. Baudelaire, con tale composizione, vuole far riferimento ad una condizione di vita molto complessa in quanto schiacciata dal peso costante dell’altrui giudizio.
