#MILLECINQUECENTOBATTUTE DI ARTURO BERNAVA

#Millecinquecentobattute ULTIMO ARTICOLO

In molti si saranno chiesti quale è stato il senso del mio scrivere, in queste dodici settimane. Oggi che siamo giunti all’ultimo articolo, alla coda, voglio svelarlo senza remore. 

Ho voluto semplicemente raccontare i libri che in questi anni ho pubblicato con la mia casa editrice e dimostrare che narrativando scrittori si diventa. È stata una bellissima avventura, un’avventura in Abruzzo e mi sono ritrovato a tessere una rete, caro lettore, a scrivere una lettera d’amore per te.

Per farlo ho dovuto far viaggiare la fantasia dove volano gli asini, vivere come un rifugista, in una vecchia casa di pietra, circondata da campi e dal profumo di lavanda, lì, dove fioriscono le rose

In fondo non sono andato molto lontano, non certo nel far west; perché a te, caro lettore mi basta averti accanto, con il cuore a chilometro zero. Tenerti così, sempre vicino, ad appena la distanza di un abbraccio

Quello che ho voluto spiegare, in queste dodici settimane è che con la lettura non invecchieremo mai e potremo osservare la vita come se avesse il colore unico dell’amore, riuscendo persino a scorgere il colore dei pensieri

In questo percorso immaginario ho sentito il peso della stanchezza. Ho incontrato banchi e saltimbanchi, ho solcato i segni del tempo facendo una passeggiata nella storia; sono passato dalle origini della scrittura, sino al tesoro del Faraone; ho conosciuto persino la leggenda del capo di Buona speranza, cercando il verso della direzione. E con me c’erano sempre i miei libri, loro mi hanno tenuto compagnia: noi della compagnia dei sogni!

E poi sono andato oltre. Non è stato sempre facile, alle volte mi sono vestito con il buio.  Ma anche di notte, grazie alla lettura, ho ascoltato i racconti della luna (della luna quadrata!) e i racconti sonori e di alchimia, quelli che piano sussurrano alle stelle. Sino all’alba, quando infine è sorto ancora il sole di Passepartout.

Tanti gli incontri, in questo viaggio. Tante le donne che ho incontrato: stesa al sole, ho parlato con la ricamatrice di sogni, lei che ha messo il cuore in ogni passo e che ha illuminato le mie ombre, quando di lì a poco sarebbe piovuto

Ma ora sono stanco, persino di scrivere.

Io, il guerriero, che ho scritto a ritmo di cuore e osservato dolci delitti, ora ho solo voglia e bisogno di riposare le mie ossa. Qualcun altro verrà al posto mio, prenderà possesso della mia scrittura. Io mi fermo qui, perché da qui ho un posto comodo. Sarà un sogno per me, per il mio spirito stanco: io vengo dall’inferno, lo sapete,  ma dopo l’Inferno c’è il Purgatorio, e poi… chissà.

Ora voglio essere eccezione, trasformarmi in un angelo senza memorie. Certo, non di solo riposo voglio nutrirmi, voglio bere l’eternità dell’acqua. È giunta l’era dei talenti. E così ti esorto caro lettore: balla coi libri, sulle note di quel pianoforte. E mi raccomando: sorridi, se hai tempo!

Perché verrà il tempo – e non è questo! – del mare nero, in cui assisteremo all’abrogazione dell’amore, quando gli uomini verranno dati in pasto ai caimani

Il tempo in cui ognuno penserà che la vita può essere una grossa fregatura.

Ma per raccontarlo dovrei cambiare, dovrei diventare un pessimista, uno che rinnega proprio il tempo, gli uomini, le cose. Ma non sono io quell’uomo.

Io, invece, sono quello fuori dal coro, il pescatore di sogni, quello che ha assistito alle proprie metamorfosi inverse, che ha sentito sulla propria pelle il dolore del patto tradito.

Ti ho quindi raccontato, caro lettore, in queste dodici settimane, della vita che non muore, del silenzio della sabbia e di coloro che, anche se in apparenza non avevano valore, invece hanno trovato il proprio riscatto tra le righe dei racconti. Perché anche lo zero conta

E così sono terminate le milleecinquecentobattute, il tempo di A. Ora è tempo di andare. 

Come ciliegina sulla torta, permettetevi di dirvi… solo grazie!

 

Recensione del libro “Specchio e Anima” di Sara Caramanico.

Di Massimo Galante

Tempo fa mi è capitato tra le mani un bel libro, Specchio e anima di Sara Caramanico, e di colpo mi sono ritrovato catapultato nel mio passato, un bel tuffo nei miei ricordi di gioventù. La protagonista, Stella, è una ragazza alle prese con problemi adolescenziali, tipici di molti giovani e soprattutto di tante ragazze. Una storia normale: una famiglia con genitori separati, una madre sempre presa dal lavoro e dai soldi, un padre praticamente scomparso, un fratello un po’ ribelle e una ragazza con qualche chilo di troppo, che fa fatica ad accettarsi per quello che è. 

Una storia nomarle sì, ma vista e vissuta dall’interno, dall’anima della protagonista. Una visuale speciale su uno spaccato di vita, problematico, complicato, come lo è quel periodo della vita, comune a tutti noi. Problemi con i genitori, con i fratelli, con le amiche e gli amici, con la scuola e con gli amori. 

L’ostacolo principale di questa ragazza, in definitiva, è però il dialogo. Come accade spesso, non si rovescia mai la propria anima nei rapporti interpersonali, sia con i propri familiari che con gli amici. 

Ma la protagonista, seppur in difficoltà, seppur timida, ad un certo punto decide di risolvere almeno un problema tra i tanti, quello con se stessa e con la propria immagine. E da questa sua spinta positiva si scatena la rivoluzione. È infatti un incontro speciale con una donna ad aprirle gli occhi e la via. 

Con il giusto aiuto si schiude finalmente al dialogo e reagisce con forza e speranza; nonostante tutto sempre positiva nella lotta quotidiana al miglioramento, all’andare avanti, al cercare di dare sempre il meglio di sé. 

E poi alla fine questo “sorridere” alla vita, premia. Lentamente, ogni tassello si posiziona al proprio posto. Quello giusto.

Un romanzo vero, vivo e diretto.

 

Recensione di Irma Alleva

Orfani bianchi: una dedica intensa per chi rimane ai margini.  

Non so dirvi se mi sono innamorata di Rocco Schiavone grazie a Manzini oppure di Manzini attraverso le vicende del vice questore di Aosta Rocco Schiavone, è certo però che sono profondamente legati e che questo scrittore continua ad avere una corsia preferenziale nelle mia personali scelte di lettura. Tanto che quando seppi della pubblicazione del romanzo Orfani Bianchi (Chiarelettere) rimasi fedele alle mie preferenze ed ebbi particolare curiosità nel leggerlo soprattutto per l’opportunità di tornare a conoscere Manzini, per la prima volta disgiunto da Schiavone e i suoi casi  e invece  alle prese con una protagonista femminile. Lo stesso autore afferma: “Volevo misurarmi con un personaggio femminile. Una donna unica con una vita difficile che per trovare un angolo di serenità è pronta a sacrifici immensi. Mia nonna stava morendo, io guardavo Maria che le faceva compagnia e veniva da un paesino della Romania. E mi domandavo: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?”. 

La protagonista in questione non si chiama Maria ma Mirta, una giovane donna originaria della Moldavia che vive e lavora a Roma come badante, appunto, per costruirsi l’opportunità di una vita migliore. Nel suo paese ha lasciato suo figlio Ilie di 11 anni che nel frattempo cresce con la nonna, ormai stanca ed anziana. E proprio la morte improvvisa di quest’ultima costringe Mirta a collocare Ilie in un orfanotrofio, almeno fino a quando non avrà racimolato abbastanza per consentire al ragazzo di raggiungerla in Italia. 

Mirta combatte, fatica, senza troppe lamentele mentre mantiene un filo continuo di mail con suo figlio che rappresenta l’unico stimolo per non arrendersi dinanzi alle difficoltà che il suo lavoro di badante genera, inevitabilmente, delineando così attraverso racconti e considerazioni  una collettività, la nostra, ben poco idilliaca.

E’ un Manzini inedito, che va a toccare molti nervi scoperti della nostra società, a tratti duro ma realistico e coinvolgente, con un chiaro invito a spingerci oltre. A guardare dietro donne e uomini che decidono di mettere in pausa la propria esistenza per dedicarla a qualcun’altro, trascinandosi un vissuto, spesso, pesante come un macigno. E che rimangono ai margini perché si sobbarcano lavori duri e mal pagati, di frequente rifiutati da noi stessi italiani.

Lo trovo un romanzo toccante, che lascia dell’amaro in bocca ma nella quantità giusta, quella necessaria, di tanto in tanto, per riprendere la giusta angolazione di veduta.

 

Titolo: Orfani Bianchi 

Autore: Antonio Manzini

Casa editrice: Chiarelettere

Pagine: 256

Genere: Narrativa

 

 

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