
#millecinquecentobattute di Arturo Bernava
Un libro che può definirsi “buono” non è quello che dà delle risposte, ma quello che stimola domande. E allora in questa rubrica vorrei parlare delle domande che mi hanno suscitato alcuni libri letti in passato. Comincerò da un titolo che è tornato di moda recentemente grazia alla fortunata serie televisiva de “Il commissario Ricciardi”. Il titolo in questione è “Il senso del dolore” di Maurizio De Giovanni.
Mi sono spesso chiesto quale sia “Il senso del dolore”. Ovviamente la risposta non la dà il libro citato (un buon libro stimola domande, ma non fornisce risposte…), ma è necessario cercarla dentro se stessi.
Qualcuno sostiene che il senso del dolore sia quello di farci sentire vivi; percependo il male capisco di essere sensibile e quindi vivo. Spesso, in casi di incredulità, ci pizzichiamo il corpo per sentire la fitta e capire così di esistere. Personalmente preferisco qualcos’altro per sentirmi vivo, ma capisco che questa versione del senso del dolore possa avere il suo fascino.
A nessuno piace soffrire e questa è una tautologia. Nessuno, quindi, va alla ricerca del dolore.
Chi è contento della sofferenza che incontra nella propria vita? Nessuno, tanto è vero che, spesso, la reazione istintiva è quella di ignorarla.
Se non ci penso (almeno per un po’) faccio finta che non esiste. Non cogito, ergo non soffro. È un comportamento (anzi direi un atteggiamento) molto comune e diffuso, consigliato dai più (“Non ci pensare, lascia perdere…”). Se non fosse che ha delle controindicazioni.
Sì, perché il dolore è permaloso: se non lo consideri, prima o poi te la fa pagare. E fare finta che non esiste, nascondendolo nelle pieghe della nostra Anima, comporta un rischio molto grave: quello di farlo crescere e permettergli di trasformarsi, per poi vederlo riemergere (magari a distanza di anni), col pericolo di non riconoscerlo e di non poterlo quindi affrontare nei modi dovuti. Quante volte abbiamo avuto reazioni inspiegabili dettate da dolori che abbiamo così ben nascosto dentro di noi che nemmeno li consideriamo più? Ma loro ci sono, ci sono eccome!
In passato mi è capitato, come a tutti, di assumere entrambi gli atteggiamenti descritti: dapprima ho ignorato il dolore, poi ho provato ad affrontarlo. E in questo secondo caso ho capito quanto fosse davvero necessario avere la forza – ma anche l’opportunità – di guardarlo in faccia, magari con paura, ma anche con coraggio.
Ho provato, allora a mettermelo vicino, alle volte persino a parlarci. Non dico che siamo diventati amici, ma di certo non averlo ignorato mi ha aiutato a capirne la forma, la dimensione, la forza e la debolezza.
Sino a quando, un giorno, mi sono girato per cercarlo e… non c’era più, scomparso improvvisamente. Sapevo che sarebbe tornato prima o poi (certi dolori non vanno via per sempre…), ma in quel caso l’avrei riconosciuto e non mi avrebbe fatto più tanta paura. E di colpo mi sono scoperto migliore.
Ecco quello che per me è il senso del dolore: l’opportunità di crescere guardando allo specchio una persona che ha qualche cicatrice dell’Anima in più, ma anche una consapevolezza diversa della propria forza; una consapevolezza nascosta tra le rughe del dolore affrontato.

Debussy l’esoterista, di Alessandro Nardin
Recensione di Luca Dragani
Ho un po’ titubato prima di intraprendere la lettura di questo libro, sebbene conoscessi la caratura di musicista e di studioso del suo autore Alessandro Nardin.
Claude Debussy, infatti, per quanto possa apprezzare (e come non potrei) la sua produzione musicale, e per quanto abbia io avuto modo di sorprendermi anche per la sua abilità di critico musicale, dalla scrittura brillante e scorrevole, nel suo libro su Wagner, Claudio Debussy dicevo si colloca storicamente molto a distanza dai miei interessi, rivolti alla musica del Rinascimento.
Tuttavia, l’accostamento nel titolo di musica ed esoterismo mi ha spinto ad acquistare il libro e già la lettura dell’indice mi ha affascinato. Accanto, infatti, alla mia passione per la musica del 500, ed anche a causa di essa, mi sono interessato anche di alchimia, una scienza/arte saldamente radicata nella cultura del tempo. Ebbene, lo studio di questa disciplina non ha potuto prescindere dalla lettura di Fulcanelli, misterioso personaggio vissuto a cavallo dei due secoli e quindi immerso in quella stessa atmosfera parigina, argomento del secondo capitolo intitolato “frequentazioni occultiste fin de siècle “.
Ma non finisce qui: Nardin dedica nel suo libro un intero capitolo all’Atalanta Fugiens di Michael Maier, medico, musico ed alchimista del periodo Rosa+Croce, organizzazione di cui fece parte, per la quale scrisse trattati filosofici (ad esempio Arcana Arcanissima) ed etici (Temis Aurea) e per conto della quale fu anche una sorta di agente segreto alla corte inglese. L’Atalanta Fugiens è un trattato di alchimia di tipo multimediale ante litteram: esso si compone di 50 composizioni a tre voci, 50 emblemi, 50 epigrammi e 50 discorsi… Ma cosa c’entra un alchimista del Seicento con Debussy? Ebbene, Nardin ci rivela una serie di indizi, scaturiti da alcuni degli “errori” voluti da Maier nel suo trattato, che esplorati con minuziosa attenzione svelano risvolti altrimenti non chiaramente intelligibili degli emblemi e dei loro significati; di più, adombra misteri e connessioni che farebbero invidia a Dan Brown, (peraltro citato all’inizio del libro), senza rinunciare ad argomenti cari all’autore di bestseller, quali una progenie di Cristo e della Maddalena. Ma Debussy? Pur senza certezze che il maestro francese conoscesse l’Atalanta Fugiens di Maier, ecco che Nardin “scova” nella fuga a tre voci XXXI, dopo aver analizzato il relativo emblema e le connessioni con l’Emblema XXV, un frammento tematico che coincide con il tema della Cathédrale Engluotie di Debussy e individua corrispondenze numerologiche che nulla hanno a che fare con mere coincidenze.
In conclusione, una lettura inedita ed originale sulla figura di Debussy resa possibile da un approccio al tempo stesso rigoroso e visionario: l’imaginatio vera, sed non phantastica cara a Corbin. Una lettura appassionante per i musicisti e per gli storici, scritta con piacevole scorrevolezza.
