

#Millecinquecentobattute di Arturo Bernava
A come apatia.
La si percepisce, si sente, si riesce persino a toccare. Lo chiamano “tempo sospeso”. Pregno di attesa, addirittura di rassegnazione. Premetto: non voglio qui parlare di pandemia, almeno non in senso stretto. Ma del ruolo della cosiddetta Cultura all’interno di questo tempo che, però – perdonatemi! – mi rifiuto di definire “sospeso”.
Mi è piaciuta molto l’iniziativa del TG 2, durante il primo lockdown e ripresa lo scorso autunno, di invitare quotidianamente uno scrittore per una breve riflessione su ciò che stava accadendo. Come dire “Voi che siete abituati a pensare, spiegateci cosa sta accadendo, cosa accadrà”.
Esperimento curioso, per alcuni offensivo. Ma come? Deve essere uno scrittore a spiegarci cosa sta accadendo? Non siamo capaci da soli di elaborare l’enorme mole di emozioni che ci è piombata addosso?
Evidentemente no! O almeno non tutti siamo in grado di farlo, io per primo. In tempo di crisi uno degli strumenti più efficaci per superare le difficoltà e gli ostacoli risulta il Pensiero.
Il problema è che non siamo più abituati ad elaborare un Pensiero, l’attività in sé appare quasi molesta. Ed emerge anche nel lessico quotidiano: “Beato te che sei senza pensieri…” come se l’incapacità o semplicemente l’assenza di pensieri possa essere motivo di felicità.
Eppure non c’è piacere più complesso e al tempo stesso soddisfacente del Pensiero. Un Pensiero che va però vissuto, frequentato, sviluppato con esercizi quotidiani. Platone sosteneva “Il pensare è l’anima che parla a se stessa”. Ma come facciamo a sentirne le parole, se abbiamo sommerso l’anima sotto una mole indigesta di attività inutili?
Prevedo, a fine pandemia, un’orgia di “leggerezza” e di “fatuo” che se da un lato è comprensibile, dall’altro apre una forte emergenza di identità. Come sviluppare oggi la capacità di elaborare il Pensiero e mantenerla immutata nel tempo? Non posso (e non voglio) essere io a dare una simile risposta, men che meno in mille e cinquecento battute. Anche perché ci è riuscito molto bene Nietzsche con una semplice frase: “Come può uno diventare pensatore, se non passa almeno una terza parte di ogni giorno con passioni, uomini e libri?”
Speriamo, quindi, di tornare presto a frequentare passioni e uomini, ma non dimentichiamo i libri (preferibilmente da acquistare nelle librerie della nostra città), veri ed immortali compagni di viaggio.
Buona lettura!

Recensione di Giorgia Bellitti
Bianco è il colore del danno è il terzo romanzo scritto da Francesca Mannocchi ed è meravigliosamente perfetto. Credo che la perfezione non esista in letteratura e quindi penserete che mi stia contraddicendo, invece no, confermo. È un libro perfetto perché aderisce e si sovrappone alle nostre vite con una precisione sartoriale.
Anche se volessi trascrivere intere pagine avrei la certezza di non inciampare nello spoiler, perché questo è un libro interattivo, è un libro che sovrascrive le vite del lettore, e che, quest’ultimo declina secondo le proprie esperienze; è un libro attraverso il quale Francesca Mannocchi ci vuole insegnare che nessuno di noi può insegnare, e in questa frase, che può suonare come paradossale, c’è la colonna portante di questa opera.
Bianco è il colore del danno è un libro che si sviluppa per sottrazioni, l’autrice mette in evidenza le proprie mancanze e non decanta le proprie eccellenze. È un libro che si guarda allo specchio, che ti fa guardare allo specchio, il libro stesso diventa specchio: lo leggi e leggi la tua vita, e questa è la bravura dei grandi scrittori, danno del “tu” ad ogni singolo lettore. Questa è la grande dote di Francesca Mannocchi, che raggiunge la forza massima della sua scrittura nel momento della forza massima della sua debolezza, dopo che la malattia la colpisce. Fin dalle prime pagine veniamo condotti alla scoperta della sclerosi multipla che accompagna la protagonista. Una vicenda autobiografica quanto universale, che viene analizzata attraverso le emozioni che suscita una simile scoperta; particolare attenzione viene posta anche sull’analisi del linguaggio, quello usato dai medici per spiegare la malattia, quello usato dai parenti del malato, quasi uno slalom per non pronunciare determinate parole, una sorta di pudore e di tutela verso se stessi, più che verso “la persona rotta”, così l’autrice definisce i malati. Esiste la sintassi dei sani, che cercano di alzare barriere linguistiche a propria tutela.
La malattia segnerà anche un altro modo di percepire il tempo, ce n’era uno prima della diagnosi e ce n’è un altro, con altri ritmi, dopo la diagnosi. La vita è scandita dai controlli, dal loro esito, dalle remissioni o accelerate della malattia.
La malattia è anche una forma di vergogna, come descrive abilmente Francesca Mannocchi, la vergogna di avere un corpo che non funziona, la vergogna di gravare sul SSN, la vergogna di sopravvivere agli altri malati, la vergogna e la paura di non poter essere una buona moglie, madre, figlia.
La malattia ti fa sentir parte di un sottoinsieme della popolazione, ti fa sentire diverso, quasi discriminato e tutto ciò compare d’improvviso nello sguardo compassionevole del sano, intercettare quel tipo di sguardo è il punto più difficile di accettazione.
Perché la malattia è un ospite, un clandestino che provi a rinnegare, è un parassita del tuo corpo e tu devi conviverci, e vorresti sfrattarlo, prenderlo a calci e invece lo devi accarezzare perché capisci che la belligeranza non ti farà vincere.
L’unica possibilità di vittoria risiede nella diplomazia, dovrai scendere a patti e firmare un armistizio.
Un libro disturbante, che non lascerà indifferente e permetterà al lettore di indossare i panni di tutti i personaggi, perché ognuno di noi ha lambito i confini della malattia, letto referti o confortato chi li ha ricevuti.
“La malattia è un’amputazione e l’arto fantasma l’autonomia”.
Giorgia Bellitti
