Torna il tradizionale appuntamento con i “Cantori di Chieti” e i loro canti della devozione popolare abruzzese che porteranno nei prossimi giorni in alcune chiese teatine di periferia, quelle rurali, una scelta particolare proprio per rimarcare il carattere dei brani che eseguiranno.
Ce ne parla il Maestro Mario Canci, uno dei motori del progetto, storico di questo genere di canti sacri. “Si tratta di antichi canti della devozione popolare – spiega il Maestro – ma non di carattere prettamente liturgico, perché l’autorità ecclesiastica sin dal Medioevo vietava la loro esecuzione all’interno dei luoghi di culto ma la permetteva soltanto sul sagrato delle chiese. Sono brani molto toccanti e suggestivi nati in ambienti rurali da eseguire lì dove hanno avuto origine, in prossimità di piccole chiese campestri situate in periferia e lontano dai centri storici delle grandi città. Tempo fa un’esibizione di diversi gruppi è stata portata nella Cattedrale di San Giustino. Bene, a mio parere i grandi edifici di culto sono assolutamente non idonei ad accogliere tali
esecuzioni. I testi, struggenti e coinvolgenti, sono in lingua italiana, i più antichi sono nei dialetti più in uso negli Abruzzi di un tempo, farciti spesso di termini fortemente derivanti dal latino, come ad esempio “Matre” e “Patre” per indicare la madre ed il padre. Altresì frequente nei testi più moderni la presenza di errori più volte ripetuti e tuttora cantati dai cantori, come nel brano di area teramana “Lu Ggiuveddì Sande” in cui si nota la frase “Vivo o morto lo ritroveremo”, la strada del Calvario noi lo rifaremo”. Evidente la mancanza di concordanza fra l’articolo determinativo “lo ” ed il verbo “rifaremo ”, al posto di “noi la rifaremo”.
“Questo – prosegue il Maestro Canci – è soltanto uno dei “capricci” testuali che ancora oggi persistono in diversi ambienti agrosilvopastorali abruzzesi, per fortuna colorita testimonianza della
convivenza purtroppo a torto da molti umiliata, fra la lingua dotta e quella parlata dal popolo fedele.
Sono canti di origine remota, legati alle prime sacre rappresentazioni, che hanno messo radici soprattutto nelle regioni del centro Italia: Umbria, Marche e Abruzzi. Alcuni risalgono ad epoca medievale, altri sono più recenti. Io stesso ho
scritto un brano musicale sulla base di un testo del Cinquecento, tradotto in dialetto con intensa partecipazione da Mario D’Alessandro “Sopr’a la Passijòne de Lu signore”.
“La Compagnia de I Cantori di Chieti, creata nell’Ottocento dalla famiglia Pasqualone, e condotta nel tempo dall’indimenticabile Arturo, trascrittore negli anni 1945-1946 di alcuni brani storici come “La Palma Santa”, introdotta nel
chietino tra le due guerre da cantori di Montecassino, oggi è diretta dal M° Fabio
D’Orazio, suo diretto nipote. È composta da una ventina di elementi accompagnati dal suono di strumenti popolari quali fisarmonica, organetto
diatonico abruzzese “ddù bbotte”, flauto pastorale. Il gruppo, come da tradizione, è notoriamente adulto e totalmente maschile “perché le donne, se un tempo fossero uscite di sera dopo il tramonto, quando i canti venivano eseguiti casa case dalle compagnie di Cantori questuanti, nei borghi e villaggi della campagna teatina, avrebbero visto compromessa la loro reputazione. Ieri come oggi, al termine di queste “passionate” performance popolari, naturalmente non manca mai “lu cumblemende”, un piccolo ristoro di beni
alimentari prettamente locali, fiadoni, pizzelle e l’immancabile vino offerto ai cantori da coloro che nell’ascoltare i canti de La Passijòne hanno ancora “l’ucchie ’mbusse” , gli occhi velati dal pianto per la profonda commozione”.
Un’ultima curiosità. La locandina-invito della rassegna prodotta da Mario Canci raffigura una
bella immagine suggestiva tratta da una Via Crucis creazione in maiolica del noto maestro ceramista di Castelli (TE) Vincenzo Fuina (pittore, decoratore e insegnante, Castelli, 28 agosto 1913, Cremona, 7 marzo 2004) diretto discendente del noto pittore Gesualdo Fuina (Castelli, 19 aprile 1755 – Castelli, 1822).

