Rubrica di letteratura di Di Stefano Maria Simone

Salve a tutti, lettori del Giornale di Chieti, in questa mia rubrica parleremo di letteratura. Nel corso del nostro viaggio metaforico ci muoveremo tra la poesia e la narrativa attraversando varie epoche, dall’antichità alla contemporaneità, senza seguire un vero e proprio ordine cronologico ma lavorando per tematiche. Conosceremo alcuni autori emergenti del territorio locale e altri già rodati. In più, riscopriremo l’opera dei Maestri, italiani e stranieri, che ci hanno preceduto. Mi piacerebbe anche condividere con voi qualcuno dei miei umili versi, sperando siano di vostro gradimento.
Ora, bando alle ciance, vorrei iniziare il mio primo intervento partendo da un quesito solo all’apparenza semplice: che cos’è la poesia? Cercherò brevemente di rispondere facendo affidamento sulle voci lontane dei poeti passati che continuano ancora oggi a riecheggiare nell’aria circostante.
Jaques Prévert sosteneva che “la poesia è il più bel soprannome che danno alla vita”. Secondo Alda Merini, invece, la poesia non è altro che “la pelle del poeta”. In realtà, la parola poesia deriva dal termine greco ποίησις (poiesis), che nel caso di specie sta a significare “creazione”. A sua volta, esso discende dal verbo ποιέω (poieo), che può essere tradotto in “fare” oppure “produrre”. È possibile quindi discorrere di una creazione artistica ottenuta tramite l’accostamento di parole all’interno di singole frasi, dette versi, secondo precise regole metriche e ritmiche. Tutto ciò, assume una funzione evocativa e musicale riuscendo a descrivere sensazioni e stati d’animo in una maniera molto più profonda e intima di quanto, ad esempio, possa fare la prosa. Quella poetica è una forma di comunicazione nella quale l’aspetto informativo o narrativo è prettamente secondario perché un qualunque testo poetico tende a riportare sentimenti, idee, ed emozioni appartenenti alla sfera personale e soggettiva dell’individuo che è posto al suo centro, ovvero il poeta. Pertanto, quando ci si avvicina alla lettura di una poesia, occorre farlo con molta attenzione, riflettendola e assaporandola per poi soffermarsi sulle immagini che essa costruisce e suscita. Ogni singolo componimento è in grado di provocare reazioni sempre diverse a seconda di chi decida di accostarsi alla sua lettura. Ne scaturiscono così interpretazioni quasi mai univoche e sicuramente divergenti sotto l’aspetto critico. Concludendo questa porzione di intervento, se a fronte di tutto quanto ho sin qui argomentato, dovessi fornire una definizione di poesia ad una persona totalmente a digiuno sull’argomento, mutuerei sicuramente una frase del drammaturgo e poeta svedese August Strindberg che ritengo conforme a quella che è la mia personale idea di poesia e cioè :”Cos’è la poesia? Non è la realtà, ma più della realtà … non è un sogno, ma sognare da svegli”.
Ma come mai, siamo portati a cibarci di poesie e finanche produrne di nuove? Ce lo spiega una frase importante, estrapolata da un monologo tratto dal film di Peter Weir del 1989, “Dead Poets Society”, in Italia, “L’attimo fuggente”, nel quale un illuminato e appassionato insegnante di letteratura, Professor John Keating, spiega accoratamente ai suoi discepoli: ”Noi non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è ricca di passione. La poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita”.
Dopo aver cercato di dare una definizione di poesia, vi propongo un mio componimento intitolato “Medusa”, del quale parleremo in maniera più approfondita.
MEDUSA
Di Stefano Maria Simone
Sotto la luna,
tra le fiaccole del tempio,
cerco il tuo sguardo, Medusa,
per incontrare quelle pupille
che tanta morte invocano a gran voce.
Vorrei conoscere la loro storia,
vedere se si emozionano ancora,
dopo tanto tempo,
a sentir parlare d’innocenza
e quei puri sentimenti
che in passato t’hanno condannata.
Occhi contro occhi,
raccontami Medusa,
cosa accadde quella notte
quando il divo Poseidone
ti condusse dentro il tempio
con la promessa di amarti
mentre riuscì solo a spezzarti.
Occhi contro occhi,
raccontami Medusa,
il momento in cui Atena,
accecata dall’invidia
mutò in serpi i tuoi capelli,
rese fatale il tuo sguardo
ma non le riuscì
di avvelenare il tuo cuore.
Occhi contro occhi,
raccontami Medusa
perché non vuoi pietrificarmi.
Resti lì, immobile,
con le palpebre serrate
e le serpi acquietate
in attesa che me ne vada
per tornare ai tuoi ricordi.
Allora chiudo gli occhi,
tendo in avanti la mia mano
sperando che tu la prenda
per guidarci a vicenda.
Per questa lirica mi sono ispirato al mito greco di Medusa, una giovane donna vittima dei capricci delle Divinità. Ella, secondo autori antichi come Esiodo, Ovidio ed Apollodoro, venne sedotta e poi violentata da Poseidone, Dio del mare, in un tempio consacrato alla Dea della sapienza, Atena, la quale per punirla dell’affronto ed essendo invidiosa della sua bellezza, la trasformò in una creatura con la capacità di pietrificare chiunque ne avesse incontrato lo sguardo e dalla capigliatura costituita da serpenti aggressivi.
Si dice che l’aspetto di una persona tenda a condizionare la percezione che ne hanno gli altri. Tutto questo senza aver mai davvero conosciuto o toccato la sua interiorità. È un grave errore che molti di noi commettiamo spesso anche se involontariamente, quasi come se quella mera caratteristica ci travolgesse lasciandoci paralizzati sul da farsi. La storia di Medusa, perduta tra gli echi di un passato mitico forse fondato sulla menzogna, ci vuole raccontare di una persona, condannata dalle sue stesse sembianze ad essere costantemente dipinta dal mondo intero come un mostro mentre, in realtà, gli autentici mostri sono visti come Dei. Medusa non ha colpa. È costretta ad isolarsi per fuggire dall’altrui pregiudizio e cercare un nascondiglio in mezzo alle tenebre. Ha amato profondamente qualcuno che le aveva fatto credere di ricambiare i suoi sentimenti in modo sincero soltanto per poter approfittare di lei. Ha subito perfino la vendetta dettata dal livore di una Dea. Ed ecco che Medusa diventa il capro espiatorio ideale. La calamita di ogni male, costretta a convivere con la sua nuova forma. Ma nonostante sia mutata d’aspetto, la propria sensibilità d’animo è rimasta invariata. Gli occhi di Medusa esprimono benissimo la sofferenza che la opprime, continuamente rivolti verso il passato con la vana speranza di poterlo riscrivere e si emozionano ancora di fronte ad emozioni genuine. Il suo cuore non ha mai smesso di battere anche se lei rifiuta imperterrita di affermare il contrario. Quando il poeta vuole conoscere la profondità di Medusa perché desideroso di aiutarla a spezzare la condizione di biasimo che la incatena, la giovane ha paura possa trattarsi di un nuovo inganno e perciò lo ignora. Non è però intenzionata a pietrificarlo. Ne riconosce la bontà nei gesti ma resta comunque diffidente. Chiude gli occhi e al contempo tranquillizza le sue serpi. Spera che egli se ne vada per tornare a rimuginare sui propri trascorsi. Sa bene che non è destinata a cambiare vita. Allora il poeta, serra anche lui le palpebre e le tende una mano cosicché entrambi siano in grado di guidarsi a vicenda nel mondo proteggendosi l’un l’altra.
