Il Gonzaga in pillole: “La consapevolezza dietro il nudo”, di Giorgia Panella

La sperimentazione della sessualità, e quindi anche del sexting, risponde ad un bisogno fisiologico che i più giovani dovrebbero poter soddisfare, essendo legato al benessere psicofisico e alla crescita. Cosa diversa è il revenge porn, definito dal sito “Treccani”: “la pornografia della vendetta, quella pratica di pubblicare in rete materiale imbarazzante come un video hard fatto in casa, oppure un’immagine dell’ex nudo o nuda. Tutto senza il consenso dell’interessato, spesso condividendo anche nome, indirizzo o riferimenti che facciano capire chi è il soggetto.”
Si tratta di contenuti multimediali, girati senza il consenso della vittima, “invio di messaggi o immagini di contenuto sessuale esplicito, servendosi della rete telematica o del telefono cellulare.”
Il sexting è una pratica il cui incremento si è registrato specialmente durante e a seguito della pandemia, che ha fatto sentire, soprattutto nei più giovani, il distacco sociale e l’isolamento, indipendentemente dal fatto di aver già avuto una relazione affettiva anche prima dell’emergenza coronavirus. È un processo che rientra pienamente nel percorso di costruzione e scoperta della propria identità, tipico di questo periodo. Non è niente di nuovo, ma i mezzi attraverso cui essa si esprime sono cambiati e si sono evoluti nel tempo. Il sexting nei minori è generalmente visto come una dimostrazione di amore e fiducia nei confronti del proprio partner, come un divertimento o come un modo per sentirsi grandi sia agli occhi degli altri sia di fronte a sé stessi. Se questo accade è perché gli adolescenti si sentono più liberi di sperimentare e resta più semplice mettersi in gioco anche con meno pudore. È però importante essere consapevoli delle conseguenze che il sexting può avere. Le immagini di nudo o immagini sessualizzate non sono, ovviamente, contenuti neutri, per questo è importante parlare delle possibili conseguenze legate a produzione, invio e condivisione di immagini di nudo e riflettere su come prevenire e difendersi attraverso una corretta protezione e gestione dei nostri dati personali.
Tra le principali conseguenze del sexting troviamo appunto il revenge porn, una pratica che può avere effetti drammatici a livello psicologico, sociale e anche materiale sulla vita delle persone che ne sono vittime.
Il revenge porn può essere definito a tutti gli effetti una forma di violenza che è diventata un reato solo pochi anni fa.
Uno tra i primi casi a fare scalpore fu quello di Tiziana Cantone, la ragazza napoletana che venne ritrovata morta nel 2016, a seguito della diffusione di contenuti in cui svolgeva attività di tipo sessuale con il suo ex fidanzato.
Risale a due anni dopo invece la vicenda della maestra d’asilo di Torino che, per la diffusione di contenuti intimi, inviati dall’ex fidanzato nella chat del calcetto, oltre a vedersi lesa nella sfera privata, venne colpevolizzata e poi licenziata dal posto di lavoro.
Entrambi i sessi sono colpiti dalla vendetta pornografica ma, secondo una stima del Ministero dell’Interno, più dell’80% delle vittime sono donne spesso perseguitate da ex fidanzati o ex mariti. I sex offenders sono consapevoli di come il gesto avrà come conseguenza la distruzione non solo della reputazione, ma spesso anche della vita delle vittime, dilaniate dal senso di vergogna causato da un’intimità violata. Le conseguenze per il genere femminile, sono spesso peggiori, perché l’imbarazzo è accresciuto dal pregiudizio diffuso che non possano vivere liberamente la propria sessualità e ciò provoca umiliazione, violenza psicologica e slut-shaming, cioè vengono portate a sentirsi colpevoli per comportamenti sessuali che si discostano dalle aspettative di genere tradizionali.
Il revenge porn oggi è reato. La Legge 69 del 19 luglio 2019 l’ha inserito finalmente nella disciplina penale. Il testo recita: “il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro; la pena si applica anche a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito immagini o video, li diffonde a sua volta al fine di recare nocumento agli interessati. La fattispecie è aggravata se i fatti sono commessi nell’ambito di una relazione affettiva, anche cessata, o con l’impiego di strumenti informatici”.
Tuttavia, anche dopo l’entrata in vigore della norma, continuano ad essere tanti i casi di Revenge Porn. Infatti, secondo la Direzione della Polizia Criminale, si contano circa 2 episodi ogni 24 ore. Qualcosa, forse, non ha quindi funzionato.

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