Si sente spesso parlare di “apparenza” e di “essenza” e di come spesso l’uomo faccia prevalere l’una sull’altra, specialmente la prima. Ma ci siamo mai chiesti cosa spinga l’uomo, sin dall’antichità, a mettere l’accento sull’una o sull’altra? Per rispondere a questa difficile domanda, bisogna tornare indietro di tantissimi anni, se vogliamo addirittura alla preistoria. Già gli uomini primitivi, con tecniche rudimentali, creavano delle statuette rappresentanti figure femminili evidentemente prospere nelle forme, se non addirittura obese. Tali statuette erano delle veneri, rappresentanti la fertilità femminile e il benessere. Già qui è evidente come degli ideali estetici e fisici rappresentassero anche qualità positive di essenza. Ma facciamo un salto in avanti nel mondo classico dell’antica Grecia dei capolavori scultorei rappresentativi della bellezza perfetta, ineccepibile sotto ogni aspetto. E questo valeva non solo per la scultura, ma per ogni forma d’arte, dall’affresco all’architettura. Lo stesso per gli antichi Romani: bellezza perfetta come forte qualità morale e dunque essenza.
Con la fine del mondo classico e l’inizio del medioevo in tutta Europa però ideali e dinamiche cambiano, addirittura ribaltandosi con l’avvento della religione cristiana, che predica la supremazia assoluta del valore morale ed interiore su tutto e, quindi, su ogni apparenza.
Purtroppo però, la storia insegna come questo messaggio durante l’epoca medievale e non solo venne ipocritamente strumentalizzato fino a determinare un diffuso clima di terrore. Infatti pure in questo caso, la qualità morale diventò fatto esteriore frutto di ideologie bigotte, dimostrazione al mondo della necessità di regole che tutti dovevano dimostrare di avere, per essere puri e soprattutto per non disonorare né famiglia né società.
Ben più in avanti, nel 18esimo secolo, potremo trovare analogo modus operandi. Esempio lampante di ciò è nel romanzo di Voltaire “Candido”, protagonista il giovane adolescente “a cui la natura aveva donato i modi di fare più dolci” e che viveva nel castello di un certo barone di Thunder-ten-Tronckh. Il ragazzo, trovando attraente la figlia del barone, anche lei adolescente, si lascia andare insieme alla ragazza in atteggiamenti considerati all’epoca promiscui, per essere poi scoperto dal barone che lo caccerà via a suon di calci nel fondoschiena. Questa esatta scena era una critica all’ipocrisia della nobiltà e non solo, ma anche al concetto di cui già esposto prima, ovvero di mantenere quella facciata di perfezione morale e di purezza per non disonorare la famiglia; Il barone si atteggia sempre in maniera elegante ed aristocratica, ma si comporta in maniera poi rozza scacciando il ragazzo in maniera violenta, per evitare di far cadere la figlia in comportamenti non ortodossi e consoni con la moralità dell’epoca.
È importante ricordare però che il 18esimo secolo dà importanza anche all’apparenza esteriore oltre all’essenza morale; del resto siamo in un’epoca che ha appreso la lezione dell’umanesimo con i suoi ideali di riscoperta e splendore del bello nell’arte e della bellezza fisica, intesa nel suo ideale classico. E questo lo si può ritrovare in un estratto del romanzo di Charles de Montesquieu “Lettere Persiane”, dove Rica, un Persiano recentemente arrivato in Francia, intrattiene una corrispondenza regolare con il suo amico Ibben. In questa lettera, egli parla della sorpresa, della curiosità, ma anche della forte perplessità che provano i francesi per il suo aspetto esteriore diverso, determinato dal colorito della pelle e dal suo modo di vestire. Meglio non divagare troppo, perché si potrebbe notare come in questo estratto la grande presenza della famigerata apparenza esteriore, potrebbe prestare il fianco a spinose considerazioni su xenofobia e razzismo.
Arriviamo a noi e alla società odierna. In molti diranno che in quest’epoca, più che mai, si pensa solo all’apparenza esteriore, vista la grande influenza che i social network e i mass media in generale provocano sulla nostra società. Non dimentichiamo però che nel corso della storia per l’essere umano l’apparenza è sempre stata importantissima. E dunque in maniera non troppo dissimile dal passato, anche oggi si tende a fare dell’essenza qualcosa da ostentare, quindi traducendola in apparenza esteriore. Oggi “essere diversi dagli altri, unici” diventa apparenza e ancora più di massa dello stesso “seguire la massa”. Insomma tra mettere l’accento sull’apparenza o sull’essenza in realtà, anche se non ci piace sentirlo, noi umani preferiamo mettere l’accento sull’apparenza.
Simone Boccuni
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