Appuntamento tra le righe, “Una storia di quartiere” di Antonio Infuso

Ospite nella rubrica TRA LE RIGHE è ANTONIO INFUSO, giornalista e scrittore torinese. Laureato in Scienze della Formazione/Dams, indirizzo Cinema. Esordisce come scrittore, nel 2015, con il romanzo Il commissario Vega – Indagine di sola andata. Il 2018 è l’anno di uscita di Suicidi al sorgere del sole – La seconda indagine del commissario Vega, nel 2021 esce La notte della anime innocenti. L’ultima opera di Antonio è Una storia di quartiere, pubblicata sempre per Intrecci Edizioni.
“Una storia di quartiere” è un romanzo che ha come protagonista una città: Torino, un ragazzino: Amedeo e un passato non molto remoto. E’ il 1969 e Amedeo ha 12 anni vive in un quartiere popolare di Torino. E’ figlio della gente del sud che migrava verso quel nord di lavoro, di industrie, di bulloni e ingranaggi, di catene di montaggio necessarie a produrre macchine e benessere. Amedeo ha i capelli scuri e un nome impegnativo, quello dell’avvenente attore Amedeo Nazzari. Si muove nel quartiere con la curiosità dell’esploratore e il coraggio che appartiene ai sognatori. Attraverso i suoi occhi conosciamo gli abitanti del quartiere: il falegname, il materassaio, il lattoniere, il panettiere, ascoltiamo le loro voci, respiriamo i profumi di quel cibo che racconta di altre terre e altre tradizioni. Un mondo operaio di gente semplice e solidale.
Amedeo vive nella geometria ristretta di Via San Francesco d’Assisi, un piccolo mondo, i cui paralleli e meridiani sono rappresentati dal Bar e l’Oratorio. Dal sindacato, la sezione del PCI e la Chiesa. Comunisti e devoti fedeli. Parrocchia e Malavita. Un microcosmo dove ognuno conosce la vita degli altri o la intuisce. E In quel trascurabile perimetro l’umanità è divisa in peccatori e santi. E Amedeo si spinge oltre il confine, attratto dal bar dell’angolo, quartier generale del Boss Don Pino, detto Cinquepalmi. Sarà la sua bravura nel calcio a trasformarlo in “Picciriddu” il talentuoso calciatore su cui scommettere. “Talè u picciriddu! Pare Sivori!”
Amedeo conserverà i suoi sogni e la sua innocenza, e i soldi “illecitamente” guadagnati li userà per comprare gelati da offrire a Silvia, il suo primo amore, del quale conserverà lettere d’amore, il disincanto dell’addio, e baci al sapore di crema e cioccolato.
Un romanzo di formazione che racconta la storia di un’epoca, attraverso la musica, i film, gli sceneggiati televisivi, Canzonissima, e sullo sfondo lo sbarco sulla luna, l’Autunno Caldo, e la strage di Piazza Fontana che rappresenta un tragico spartiacque che segnerà l’inizio di una nuova buia stagione del Paese.
Una storia di quartiere è un romanzo lieve come le lettere d’amore per Silvia, come i sogni che volteggiano in aria insieme al pallone, come la musica nel giradischi, come quel primo passo dell’uomo sulla luna.
Tra le righe di un libro si può passeggiare nelle strade di Torino, osservare un mondo che non c’è più e sentirne la nostalgia … abbiamo chiesto ad Antonio di raccontarci il suo mondo e la sua scrittura

1)Per iniziare parlaci un po’ di te…
«Sono nato a Torino da genitori siciliani, dunque sono un figlio dell’immigrazione, con tutti i vantaggi e svantaggi che ciò comporta. A quel tempo i “meridionali” che arrivavano a Torino erano, molto spesso, considerati e trattati alla stessa stregua di quelli odierni. Amo la musica, il rock in particolare, il cinema, il mare e lo sport. Ho fatto il giornalista per molti anni e ora mi dedico alla scrittura di romanzi».

2) Quando è nata la tua passione per la scrittura.
«Mi è sempre piaciuto scrivere e leggere. Sin da ragazzino volevo fare il giornalista e così è stato. Poi, in modo un po’ velleitario, ho deciso di cimentarmi con il mio primo romanzo, un noir con al centro un commissario piuttosto particolare. Doveva essere il mio primo e ultimo libro. Invece, le vendite sono andate bene e ho scritto altri due romanzi con protagonista lo stesso investigatore e la sua città, Torino».

3) Come è nata l’idea di scrivere il tuo libro “una storia di quartiere”
«Una storia di quartiere” è un progetto che avevo in testa da tre anni, almeno. Dapprima, con Intrecci Edizioni ho pubblicato un racconto breve con protagonista Amedeo. È piaciuto ed è divenuto un romanzo breve. È il mio atto d’amore nei confronti dell’adolescenza, della mia città e di una stagione complessa ma ricca di speranze, di futuro e intrisa di valori autentici e comuni. In qualche modo è anche un nostalgico commiato dall’età dell’innocenza. Volevo raccontare, in bianco e nero, una stagione italiana e una città attraverso gli occhi di un dodicenne che deve trovare la sua strada tra famiglia, scuola, Chiesa, comunisti, calcio e ragazzine».

4) Solo per incuriosire, raccontaci cosa troverà il lettore TRA LE RIGHE di Una storia di quartiere
«Il lettore troverà l’Italia e soprattutto la Torino di quei giorni, con i negozi e i relativi proprietari, l’immigrazione, le proteste operaie e la vecchia malavita del centro città. Con tutti i conseguenti contrasti di una società che, dopo la guerra, si era proiettata verso la rinascita economica e demografica. Un mondo e una cultura che non mancavano, pur nelle differenze, di una certa solidarietà e della coscienza di una vita, anzi di un destino uguale per tanti. Un viaggio attraverso gli umori e le speranze del dopoguerra e della ricostruzione. Dove, nonostante tutto, taluni valori erano un orizzonte comune per molti. Dove i giorni non erano facili ma la speranza irrorava linfa e consentiva di sognare un futuro migliore dei propri genitori. Amedeo è un po’ l’emblema di una generazione di adolescenti della fine degli anni Sessanta che guarda con curiosità al mondo che lo circonda e cerca punti di riferimento per la sua maturazione. E a quel tempo le offerte valoriali erano più qualitative. Il lettore troverà anche il cinema, la musica, la radio e la televisione dell’epoca. Con sprazzi di tardo neorealismo e qualche influenza scorsesiana».

5) Quanto conta la conoscenza della vita vera quando si racconta? quanto invece l’immaginazione?
«Per me scrivere è come fare un giro a Disneyland, sull’ottovolante. In fondo vivi un’altra esistenza senza pagarne le conseguenze. E non è poco. La realtà può offrire spunti ma il resto dipende dall’immaginazione, dalla costruzione del senso che restituisci al lettore, dalla coerenza dei protagonisti con i loro stati intenzionali, dal verosimile, dall’empatia».

6) Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere il tuo libro quale sarebbe?
«Emozione».

7) Per finire una curiosità quali sono i tuoi autori di riferimento e che libro c’è oggi sul tuo comodino?
«Raymond Chandler, Cesare Pavese, Charles Dickens, Jules Verne, Joseph Roth e George Simenon stanno alla base delle mia formazione come lettore e quindi anche come futuro scrittore. Ma devo molto al cinema: Lang, Hard Boiled, la produzione americana classica, Neorealismo, Nouvelle Vogue, Western, fino a Tarantino e al cinema asiatico e mediorientale. Sul mio comodino, al momento, ci sono l’autobiografia di Bruce Springsteen e “Il ritmo di Harlem” di Colson Whitehead».

La mia lettura tra le righe
“Avevo la sensazione che tutto quel tempo non fosse scivolato invano, nel nulla. Che fossi riuscito, in qualche modo, a lasciare il segno del mio passaggio.”

Buona lettura
Annalisa Giuliani

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