
Ospite della rubrica “Tra le righe” è Ivo Zaccagni nato ad Atessa (CH) nel 1987, ha studiato Meccanica e si è dedicato alla poesia dopo aver letto le Fleurs du Mal di Boudelaire. “Confessioni di un Mangiatore di uomini” edito dalla casa editrice Il Seme Bianco, è il suo primo romanzo.
Confessioni di un mangiatore di uomini è un libro la cui lettura è una sorta di pugno nello stomaco, un libro in cui nelle pagine scorre insieme all’inchiostro sangue e sudore e morte.
La morte è la protagonista dei vari capitoli: la morte fisica e la morte dell’anima. La morte che è resa, liberazione e destino ineluttabile.I personaggi sono tutti senza redenzione e senza amore.
Ivo Zaccagni narra di un'(dis)umanità che sostituisce alla vita il crimine, la menzogna, la sopraffazione e il potere.
E’ una storia senza protagonisti, dove i buoni non esistono e i cattivi possono assumere le sembianze di un innocente ragazzo di quartiere.
La narrazione è strutturata come un susseguirsi di sequenze cinematografiche, sulla pagina scorrono fotogrammi dalle tinte catramose e fosche. Il lettore resta immerso in un turbinio di immagini, risucchiato in un vortice psichedelico e onirico.
Una narrazione cruda dal ritmo incalzante e sincopato inquadrabile forse nel genere Pulp.
L’autore sospende ogni giudizio, limitandosi ad un racconto diretto e oggettivo ma forse è questa oggettività a portare il lettore al rifiuto, a prendere le distanze, ad indignarsi e a sentire l’estraneità verso quello spazio di degrado e bruttura. E in questo sentimento di estraneità c’è tutta la condanna e la denuncia di quel mondo e di quella disumanità.
La scrittura per Ivo è un dono, è materia viva che brucia….”come napalm”.
Tra le righe di un libro si incontrano storie immaginate, vere, si incontra il pensiero e il sentire profondo, abbiamo chiesto a Ivo di raccontarci il suo mondo e la sua scrittura.
Per iniziare parlaci un po’ di te…
Se dicessi di me, rischierei di svelare gran parte di ciò che ho scritto, anche se non si tratta di un’autobiografia, almeno non nel senso puro del termine. Preferirei dunque lasciare “parlare” il mio libro. Degli scrittori, parlano le opere. Di chi, invece, scrittore non è, parla la sua vita: la mia, per certi versi, cola come schiuma nerastra dalle righe di questo libro.
Quando e’ nata la tua passione per la scrittura?
Non è una passione, ma il mezzo che ho scelto per comunicare con gli altri. O, forse, l’unico che mi rimaneva. Non ne faccio una questione di stile, come Céline. A parte l’atto in sé, la scrittura implica l’isolamento. La lontananza. Scrivere significa essere distanti, porre una linea di demarcazione tra sé e il mondo, una frontiera da Far West, dove le parole sibilano come i proiettili dei banditi in fuga. Ma non so ancora se scrivere mi serve a sparare o a fuggire. Non lo saprò mai.
Come è nata l’idea di scrivere il tuo libro “Confessioni di un mangiatore di uomini”?
Ho notato che si è inclini a pensare che molto di ciò che ho scritto sia accaduto realmente, con nomi e luoghi diversi, certo, quasi fosse parte di quello che è successo davanti ai miei occhi, in un preciso tempo della mia vita. Dentro abbiamo come una spugna che assorbe tutto, ma può succedere che diventi così pregna da cominciare a lacerarsi. A sfaldarsi. Solitamente, è allora che si attiva come un registratore, si inizia a segnare e ad annotare fatti ed accadimenti, anche quelli meno rilevanti, in modo convulso, febbrile, alternando brevi sprazzi di schizofrenia compositiva a lunghi tempi di gelida stasi, in cui le pagine appaiono livide e incolori come il vuoto dell’anima. Non dico che è il mio caso. Non volevo correre il rischio di non essere più capace di discernere la realtà dalla finzione, e il bene dal male, ma quando ci si inizia a domandare se si sta inventando o si sta raccontando la realtà o, ancora peggio, a temere che il protagonista di quella storia, bè… Non c’è una sola pagina che non sia intrisa di ferocia e dolore, sopraffazione e violenza, menzogna e rimpianto. Il disprezzo e la rassegnazione trasudano sin dal titolo, antropofagico, dalla dedica, fallace e mortuaria, dal preludio e la sequenza che dà il via alla storia, e che è il principio stesso dell’umanità. In fondo, come ne “Il ritratto di Dorian Gray” di Wilde, ciascuno dei personaggi ha una parte di me: quello che sono, quello che gli altri credono io sia e quello che sognavo, o bramavo, di essere. Anche se, più che un sogno, o un’ambizione, era un incubo. Quando non puoi più realizzare i tuoi sogni, non ti resta che provare a realizzare gli incubi.
Solo per incuriosire, raccontaci cosa troverà il lettore TRA LE RIGHE del tuo romanzo…
Ho cercato di evitare proprio questo. Che si dovesse leggere fra le righe, negli spazi vuoti. Non so se ci sono riuscito, ma ho staccato i freni e rimosso ogni filtro affinché tutto fosse veloce, selvaggio, esplicito, e al silenzio non restasse altro che la fine, quand’anche l’ultima pagina è stata voltata.
Quanto conta la conoscenza della vita vera quando si racconta? quanto invece l’immaginazione?
È una domanda triste…
I ragazzi della mia storia muoiono tutti, o quasi, e di morte violenta. Prima di essere uccisi, da qualcuno o da qualcosa, o da se stessi, la loro esistenza si scioglie in un limbo. Una terra di nessuno, fra la vita e l’inferno. Senza neppure che se ne accorgano, iniziano come a prendere coscienza della fine. Per quanto possa sembrare un nonsense, è così: ci si spegne, lentamente, ma la “spia” dell’anima rimane accesa, continua a funzionare. La “vita vera” è quella spia, che lampeggia in continuazione. Per questo ho detto che è una domanda triste. La maggioranza delle persone vive nella finzione e nell’ipocrisia del proprio microcosmo, un luogo che ci si è costruiti ad hoc, per tentare di sfuggire alle brutture del mondo. Il predatorio sistema capitalistico della nostra società, è incentrato su uno stile di vita esoso, egoistico, abbagliato dalle luci dei locali alla moda, dei saloni e dei centri commerciali. La vita vera, il sale della terra, appartiene invece al basso, alle viscere del mondo.
Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere il tuo libro quale sarebbe?
Hybris. Direi proprio di sì… Hybris.
Per finire una curiosità, quali sono i tuoi autori di riferimento e che libro c’è oggi sul tuo comodino?
Non ho autori di riferimento, ma una religione che indugio nel profanare, cui Eschilo, Dostoevskij, Wilde, Artaud, Pasolini sono divinità che ho sradicato dal tempio.
Sul mio comodino c’è “Cecità” di Saramago. Non l’ho ancora nemmeno sfogliato, ma non importa. È lì, accanto a me, per la persona che me lo ha dato. E forse è di questo che si tratta, alla fine. Non di sparare, né di fuggire, ma di scrivere, semplicemente, per chi amiamo.
La mia lettura TRA LE RIGHE:
“Esiste qualcosa da cui non si può fuggire. Il passato di certi uomini è come un animale catturato, una bestia che ringhia e guaisce e mai potrà evadere dalla sua prigionia”
Buona lettura
Annalisa Giuliani
