A noi la parola:”La domenica di Kiko”, di Federica Palumbo

La casa in cui vivevamo era una delle poche ancora intatte dal terremoto del 2008, evento che portò via la vita ad un centinaio di persone. Era antica, aveva mura con mattoni scoperti di un colore rossastro, compatti e resistenti e un tetto talmente ampio da far sembrare che, durante i giorni di pioggia, anche la casa stesse cercando di ripararsi da essa, con un grande ombrello di tegole. Io abitavo lì, al suo interno, nel quinto piano. Era il più alto e dalla finestra del salotto, era possibile ammirare la distesa verde che scendeva sotto i miei occhi fino ad arrivare a valle. Mi piaceva stare in quell’appartamento, piccolo e immerso nella foschia, ma soprattutto perché era vicino a casa dei miei nonni. Loro abitavano a Pile, una zona un po’ distante dal centro, ci volevano all’incirca 10 minuti di auto per raggiungerla. Da casa loro era possibile intravedere la pineta che con tutta la sua possenza giaceva davanti al Gran Sasso, impedendone la vista. Mi aveva sempre affascinato il modo in cui essa restasse sempre del medesimo colore verde scuro mentre il mondo attorno a lei cambiava i suoi colori. Quella pineta mi ricordava nonno, sempre lo stesso sorridente Federico che, ogni volta che vedevo, non potevo fare a meno di abbracciare. Di lui mi è rimasta impressa la gioia che ogni volta portava a casa. Tutti i fine settimana veniva a farci visita e ogni volta riportava qualche busta piena di cibo o di detersivi dal tipico profumo di lavanda. Mi ricordo ancora la domenica in cui nevicava e nonno, nonostante il maltempo, venne comunque. Era una fredda mattina invernale ed io dormivo sotto le calde coperte del letto, quando una leggera folata di vento mi solleticò il naso. Aprii gli occhi per individuare la sorgente da cui proveniva quell’aria gelida e girai lo sguardo verso il fondo della stanza. La finestra era aperta. Allungai il braccio scoperto verso di essa, come per chiuderla, ma una cosa catturò la mia attenzione. Da fuori proveniva una luce bianca, come quella di un lampione che illuminava la via alle automobili. Mi alzai di colpo, tanto da provocarmi un capogiro e mi appiccicai al vetro gelato come un geco. Dal cielo bianco latte scendevano dei piccoli fiocchi di neve che, prima di atterrare sul suolo, ballavano elegantemente nell’aria. Mi sembrava di stare in un castello, dove centinaia di persone vestite di bianco danzavano assieme nella sala delle cerimonie. Fu il suono della porta che sbatteva a farmi risvegliare dal mio sogno. Mi diressi verso la cucina, dove mamma era alle armi con la padella, con l’obiettivo di cuocere qualche pancake. Mettendomi sulla punta dei piedi, riuscii a vedere cos’altro cuoceva sui fornelli e, con un sorriso a 32 denti, la ringraziai. Andai al tavolo per mangiare e solo in quel momento ricordai, così domandai:
<< Mamma, nonno oggi verrà?>>
<< Non credo che ce la farà. Hai visto quanta neve sta facendo oggi?>> rispose.
Era vero. Dalla finestra il tempo sembrava essersi fermato, come congelato e ciò che era visibile era solo il soffice manto della neve che quel giorno ricopriva L’Aquila. In quel momento papà uscì dal bagno e con le sue grandi braccia mi strinse a sé, dandomi il buon giorno. Andò a salutare anche mamma che, proprio in quel momento, aveva appoggiato la colazione sul tavolo. I pancake e la cioccolata calda mi erano sempre piaciuti, ma quel giorno, dopo la notizia di nonno, sembravano dei semplici e striminziti pezzi di pane. Papà chiese:
<< Ma Benedetta sta ancora dormendo?>>
Parli del diavolo e spuntano le corna. Benedetta si affacciò con un volto gonfio e segnato dalla stanchezza. Andò ad abbracciare mamma e papà, per poi fiondarsi sulla colazione. La divorò nel giro di due minuti e, dopo essere scesa dalla tavola, si diresse in bagno. In quel momento si udì il suono metallico delle chiavi nella toppa e, solo quando la porta fu aperta, capii chi fosse. Vidi nonno poggiare le buste dentro casa per chiudere con le medesime chiavi, ma non fece a tempo che io lo raggiunsi per stringerlo in un forte abbraccio. Sentii l’odore pungente della neve fredda solleticarmi il naso e il tipico odore di cannella che emanava la tipica giacca di color beige. Riuscivo a percepire il suo calore sotto gli strati di indumenti e le sue mani quasi scheletriche me ne davano la conferma. Alzai lo sguardo per incontrare il suo, pieno di gioia e con un sorriso talmente luminoso da fare invidia ai fari. Il suo sorriso non era grande, ma gli bastava incurvare leggermente i lati della bocca per farti sentire come sulle nuvole. Le mani, che fino a qualche secondo prima stringevano il mio bacino, adesso stringevano la mano di mia madre e poi quella di mio padre. Nonno era molto affettuoso con me e con mia sorella, ci portava sempre dei regali e ci abbracciava ogni volta che lo vedevamo. Puntai lo sguardo sulle buste che giacevano ai piedi della porta e mi domandai che cosa ci fosse dentro, oltre ai detersivi alla lavanda. Corsi nella loro direzione, ma mamma le sollevò e le mise sul tavolo, impedendomi di vederne il contenuto. Fissai pensierosa la busta azzurra scarlatto e poi quella viola come i detersivi. Mi arrampicai sulla sedia per poi salire a stento sul tavolo, cadendo. Cacciai dalla busta azzurra due baguette, una noce di cocco, 7 buste di farina da 500 chilogrammi e una quantità inaudita di pomodori. Nonno uscì dalla cucina e a grandi falcate raggiunse la sala trovandomi a gambe all’aria dopo il mio atterraggio di faccia sul pavimento. Con una risata fragorosa disse:
<< Kika, vuoi giocare un po’ con me?>>
Scossi energeticamente la testa su e giù e, con fare affascinato, mi rialzai per osservare nonno che poggiava le buste di farina a forma piramidale. Prese il cocco, infilò tre dita nei buchi e poi scagliò con forza il colpo. <<Strike!>> urlò. Risi, gioiosamente e, dopo aver risistemato i “birilli”, feci un tentativo. Copiai le mosse di nonno e con tutta la forza che avevo in corpo, lanciai la noce contro il mio obiettivo. Caddero tutte le buste e con voce trionfante, urlai: <<Strike!!!>>.
Nonno batté le mani e, dopo aver risistemato i nostri giochi, ne cacciò degli altri. Adesso impugnava due baguette e una la puntò verso di me. La afferrai e con abilità, la rigirai verso il mio avversario; mi parve udire il bip assordante della macchina che annunciava il via. Con movimenti abili nonno schivò ogni mio attacco, ma quando la forza stava venendo meno, riuscii a colpirgli il fianco destro. Era palese che me lo avesse permesso, ma era talmente tanta la gloria di averlo sconfitto, che quasi me ne convinsi. Poggiò tutto nel frigo e nello scaffale, per poi salutarmi definitivamente con un bacio in fronte.

Federica Palumbo
Classe II D
Scuola Secondaria di I grado Vicentini-Della Porta

Previous Story

ARRIVA LA CAPOLISTA RUVO DI PUGLIA E LA LUX CHIETI INSEGUE L’IMPRESA

Next Story

Elezioni regionali Abruzzo 2024, i candidati della lista Marsilio Presidente

Ultime notizie da Blog

Latest in Music

About us

One thousand years ago, superstition and the sword ruled. It was a time of darkness. It was a world of fear. It was the age of gargoyles. Stone by day, warriors by night, we were betrayed by the humans we had sworn to protect, frozen in stone by a magic spell for a thousand years.

Now, here in Manhattan, the spell is broken, and we live again! We are defenders of the night! We are Gargoyles! Scout troop short a child, Khrushchev’s due at Idelwyld… Car 54, where are you? Harlem that’s backed up.

Authors

Newsletter

© COPYRIGHT 2023 – IL GIORNALE DI CHIETI.
PIAZZALE MARCONI N.69 – 66100 CHIETI
ILGIORNALEDICHIETI@GMAIL.COM | C.F. 93062690693.


Deprecated: Non-static method snwp_Show::fake_wp_footer() should not be called statically in /home/hkagijcn/public_html/nuovo/wp-includes/class-wp-hook.php on line 308