Porta con sé le diverse anime del suo Abruzzo, Franco Mannella. Voce italiana di Roger l’alieno nella serie televisiva animata “American Dad” e di Otto ne “I Simpson”, ha doppiato numerosi personaggi di film e serie di successo, come “The Aviator”, “Spartacus”, “Better Call Saul”, “Modern Family”, “Spiderman”, “Star Trek”.

Attore, regista, doppiatore e formatore teatrale, ha interpretato ruoli in diverse fiction nostrane, tra cui “Distretto di Polizia” e “La squadra”. In televisione, si è distinto al fianco di Flavio Insinna e Neri Marcorè, oltre che in vari show di Pippo Baudo, Nino Frassica, Milly Carlucci, a partire dagli anni Novanta.

Un curriculum molto ricco e prestigioso, quello dell’artista abruzzese, che rende difficile sintetizzare tutte le sue esperienze passate e quelle all’attivo.

Nato a Sambuceto e cresciuto a Pescara, ha origini della provincia aquilana. Il suo debutto artistico, però, avviene nel Teramano, ad Atri. Nel 2014 ha dato vita, nelle campagne di Pianella, all’esperienza di Arotron, la sua fucina di formazione artistica e centro di produzione. “Arotron”, ossia “aratro”, in greco antico. Una realtà nata con l’intento di “incidere, sollevare e rivoltare il terreno dell’arte”.

Franco Mannella si è raccontato in questa intervista al Giornale di Chieti.

 Come nasce artisticamente Franco Mannella?

Probabilmente in terza media, quando realizza con i suoi compagni di scuola una recita di fine anno, che prendeva un po’ in giro i professori e il preside.  Una tragicommedia satirica che ha anche indignato un po’ di persone, però fu divertente. Lì capii qualcosa.

Ho incontrato il teatro mentre frequentavo il secondo anno dell’istituto tecnico agrario ad Alanno. Dopo la terza media, non potendomi iscrivere alla scuola di recitazione, non essendo ancora diplomato, mi consigliarono il tecnico agrario perché mi piaceva la natura. Avendo anche origini contadine, l’idea di sperimentare innesti e coltivazioni mi piaceva. Quando frequentavo il secondo anno, ci fu un laboratorio gratuito di tre pomeriggi diretto da Danilo Volponi. Nel momento in cui misi il piede sul piccolo palcoscenico che Volponi aveva allestito, capii immediatamente che dovevo fare l’attore. Dopo il diploma, il servizio militare e due anni di formazione al laboratorio teatrale di Volponi, decisi di trasferirmi a Roma e di iscrivermi all’accademia de “La Scaletta”. Dopo l’accademia ho iniziato a fare teatro e cabaret. Poi è arrivato il doppiaggio, nella seconda fase della mia esperienza artistica.

Tra i numerosi personaggi doppiati, si riconosce di più come voce di?

Nel doppiaggio ho ricoperto davvero tanti ruoli, in film e cartoni animati. Sono molto legato a Roger l’alieno, un bellissimo personaggio di “American Dad”, che mi rende famoso soprattutto tra i ragazzi. Mi chiedono sempre la sua voce, ovunque vada: anche se sto facendo uno spettacolo di Shakespeare, alla fine c’è qualcuno che mi chiede di fare la voce di Roger. Accetto sempre volentieri, perché la cosa mi piace e mi diverte.

Ma forse il personaggio a cui sono ancora più legato è Alan della sitcom “Due uomini e mezzo”, interpretato dall’attore americano Jon Cryer. Alan è tra i primi protagonisti che ho doppiato. È un ipocondriaco divorziato con un figlio, che vive nella casa del ricco fratello musicista. Definirlo un personaggio controverso è dire poco, è ricco di sfaccettature, comico, grottesco. L’ho doppiato per 12 stagioni e ho amato tantissimo sia il personaggio che l’attore, davvero strepitoso.

Nel 2014 ha aperto nel suo Abruzzo l’accademia teatrale Arotron. Cosa rappresenta per lei la sua regione?

L’Abruzzo è la mia terra. Sono nato a Sambuceto, ma i miei genitori sono della provincia de L’Aquila. Sono cresciuto a Pescara e ho debuttato ad Atri nel 1984, in una rappresentazione sacra itinerante sulla passione di Cristo, sempre con Danilo Volponi.

Dalla propria terra si va via detestandola, non potendone più, da giovani accade questo. Cerchi il meglio, vai fuori, fai esperienza e poi, a un certo punto, in età più matura, senti la mancanza delle tue radici e senti l’esigenza di riappropriartene, di riamarle in modo nuovo. Il mio atto d’amore nei confronti della mia terra è stato quello di investire nella formazione di giovani attori e nella creazione, ideazione e produzione di spettacoli teatrali.

Nel 2014 è cominciata questa nuova avventura a Pianella. Cercavo un piccolo centro, nauseato anche dal caos romano. Ho comprato lì un pezzo di terra e sono iniziate tutte le attività. È un sogno che ho chiamato “Arotron” per il significato di questa parola in greco antico, ossia “aratro”. Siccome ho origini contadine, tutto torna. Mi sono ispirato e ancora mi ispiro all’arte contadina nei principi che cerco di instillare in quella teatrale.

La formazione è nata come accademia: un’idea ambiziosa che è andata avanti per qualche anno. Purtroppo, però, con la pandemia, si è dissolta e trasformata in un’altra idea: dare la possibilità a chi vuole diventare attore di formarsi all’interno di una compagnia teatrale. Il frutto degli anni dell’accademia Arotron è stata la Compagnia dell’Aratro, che è tuttora in piedi ed è formata da giovani non “resilienti” ma “resistenti”. Siamo passati da una formazione accademica a una formazione da bottega artigiana, come accadeva prima che esistessero le scuole.

Uno dei punti forti di Arotron è l’esperienza del baratto teatrale. In principio fu Eugenio Barba con l’Odin Teatret: al pubblico che assisteva alle performance non veniva chiesto un compenso in denaro, bensì uno scambio, ovvero il patrimonio culturale locale, fatto di danze, musiche e canti, ma anche di prodotti tipici. Scambio, reciprocità, donare e donarsi. Un’iniziativa particolarmente apprezzata dal vostro pubblico…

Il baratto teatrale è nato come nascono le cose migliori. Avevamo l’esigenza di comunicare alle persone del luogo che esistevamo. Abbiamo, così, cominciato a frequentare gli spazi aperti del paese, invitando le persone a vedere quello che facevamo, le nostre prove aperte.

Una sera, una signora portò del vino e un rustico e ce li offrì. Lì mi si accese la lampadina e ho pensato a Eugenio Barba, un maestro importantissimo per me. Nei paesi, con il suo Odin Teatret, portava il baratto: recitavano scene in cambio di cose da mangiare e da bere o dell’arte degli abitanti del luogo, a cui gli attori chiedevano storie. Da quel momento in poi abbiamo deciso di ufficializzare il baratto, invitando anche altri artisti, regalando pezzi di performance e prove aperte, in cambio di manufatti culinari, cose da bere o, semplicemente, di attenzione.

Alla fine di questi incontri si mangiava e si beveva insieme, l’impatto sociale era portentoso, c’era uno scambio bellissimo. Il tutto lo abbiamo trasformato in una sorta di festival, cui hanno partecipato moltissimi artisti. Purtroppo, questa esperienza si è interrotta con la pandemia, ma a fine agosto riproporremo una tre giorni di baratto all’insegna delle voci: una festa delle voci con tanti amici del doppiaggio e il cast di “Tutti parlano di Jamie”, il musical a cui ho partecipato l’inverno scorso, andato in scena al Brancaccio di Roma.

Quali saranno i prossimi impegni che la vedranno protagonista?

Il prossimo impegno sarà l’anteprima del nostro “Riccardo III”, che andrà in scena il 3 luglio nell’Anfiteatro di Paglia, nelle terre di Arotron. L’opera shakespeariana ha una prestigiosa traduzione in endecasillabi di Pino Colizzi. Le parole tradotte da lui sono magnifiche: risuonano magnificamente nelle bocche degli attori. Curerò, poi, una regia a quattro mani di un “Romeo e Giulietta” in parte musicale e in parte teatrale, un esperimento di Colibrì Ensemble.

Il prossimo anno ripartirà anche la tournée di “Tutti parlano di Jamie”. È stata per me una bellissima esperienza, la mia prima volta in un musical. La regia è di un altro abruzzese a me caro: Piero Di Blasio, un mio “quasi” discepolo.

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