Quanto questa Regione sia devota a riti strettamente collegati alla religione cristiana è ormai noto e risaputo. Da tempo immemore, i popoli italici originari proprio di questi luoghi, avevano un forte rispetto e devozione verso gli Dei della natura. Luoghi tradizionalmente votati alla pastorizia e all’agricoltura, riponevano le loro preghiere affidandosi a figure della mitologia divina latina o greca. Nel tempo e con l’avvento dei primi cristiani, questi metodi di preghiera assumevano una piega completamente diversa a tal punto da divenire predominante nel culto delle genti. I santuari sostituirono i templi e i Santi gli Dei. Ricordo, da operatore del settore come sceneggiatore e regista, un documentario di alto livello realizzato diversi anni fa dal grande Regista Folco Quilici. Sicuramente tra i maggiori esperti del panorama documentaristico nazionale. Oltre al suo saper approfondire i temi storici ad essi collegati. Il viaggio del documentarista scavò attentamente proprio nella natura dei riti della Settimana Santa vissuta in molte località della Regione. Da osservatore e appassionato di questi riti affascinanti e misteriosi non posso che percepire e tentare di comprendere le motivazione che spinsero il Quilici a realizzare quel documentario. Appare evidente che proprio durante questi giorni particolari dedicati alla Pasqua, si avverte tra le persone una sensazione di estrema religiosità e riflessione e che raggiunge l’apice emotivo proprio nella notte del Venerdì Santo. Giorno oscuro per i cristiani in cui si ricorda il sacrificio della morte del Signore. A dare conferma alle mie parole è sufficiente vivere in prima persona, quella notte particolare, una delle tante processioni devozionali che si svolgono in diverse località della Regione. Come d’altronde accade in tutto il sud Italia. Riti antichi e anche dal sapore vagamente profano dove vengono esaltati alcuni fattori dell’animo umano. Come non notare quanto gli stessi simboli della Passione creino uno strano effetto emotivo tra i credenti che vi assistono. Lo stesso senso di rispetto e silenzio che circonda queste manifestazioni la dicono lunga in questo ambito. Un sottile velo di angoscia e profonda riflessione circonda tutti quelli che assistono o vivono in prima persona, queste processioni. Non per ultimo, lo struggente canto dei cori che attraverso le varie versioni del Miserere, implorano perdono a colui che ha  donato la vita per salvare l’umanità. E’ il punto più alto della devozione e che assume maggiore mistero nei colori cupi della notte, i toni cremisi dei camici delle Confraternite. La severità dei Maestri processionali a cui sono affidate le varie figure da gestire che vi partecipano. Ne ho seguite molte di esse, ma quella di Chieti mi ha toccato in modo particolare. Una partecipazione collettiva di sicuro rilievo. Attraverso un percorso studiato con attenzione e che ne aumenta il fascino e la rigorosità. Forse in questo momento delicato che sta vivendo la società e mai come ora, ci si attende molto da questo evento che lega indissolubilmente le genti d’Abruzzo al significato più profondo del mistero della morte del Signore. Mai come ora, queste processioni saranno un momento per riflettere, capire e migliorarsi per se stesso e verso gli altri. Oggi comprendo ancora di più cosa spinse Folco Quilici a fare quel viaggio nelle tradizioni pasquali abruzzesi. Mi auguro che egli abbia trovato le ragioni che cercava per capire quel legame. E che forse dovrebbe spingere ognuno di noi a fare altrettanto…

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